De.licio.us Dada
Archivio Maggio 2005

by angelopetrelli

- Jacques Prévert, Poesie d’amore

 

Questo amore

 

Questo amore

Così violento

Così fragile

Così tenero

Così disperato

Questo amore

Bello come il giorno

Cattivo come il tempo

Quando il tempo è cattivo

Questo amore così vero

Questo amore così bello

Così felice

Così gioioso

Così irrisorio

Tremante di paura come un bambino quando è buio

Così sicuro di sé

Come un uomo tranquillo nel cuore della notte

Questo amore che faceva paura

Agli altri

E li faceva parlare e impallidire

Questo amore tenuto d'occhio

Perché noi lo tenevamo d'occhio

Braccato ferito calpestato fatto fuori negato cancellato

Perché noi l'abbiamo braccato ferito calpestato fatto fuori

[negato cancellato

Questo amore tutt' intero

Così vivo ancora

E baciato dal sole

È il tuo amore

È il mio amore

È quel che è stato

Questa cosa sempre nuova

Che non è mai cambiata

Vera come una pianta

Tremante come un uccello

Calda viva come l'estate

Sia tu che io possiamo

Andare e tornare possiamo

Dimenticare

E poi riaddormentarci

Svegliarci soffrire invecchiare

Addormentarci ancora

Sognarci della morte

Ringiovanire

E svegli sorridere ridere

Il nostro amore non si muove

Testardo come un mulo

Vivo come il desiderio

Crudele come la memoria

Stupido come i rimpianti

Tenero come il ricordo

Freddo come il marmo

Bello come il giorno

Fragile come un bambino

Ci guarda sorridendo

Ci parla senza dire

E io l'ascolto tremando

E grido

Grido per te

Grido per me

Ti supplico

Per te per me per tutti quelli che si amano

E che si sono amati

Oh sì gli grido

Per te per me per tutti gli altri

Che non conosco

Resta dove sei

Non andartene via

Resta dov'eri un tempo

Resta dove sei

Non muoverti

Non te ne andare

Noi che siamo amati noi t'abbiamo

Dimenticato

Tu non dimenticarci

Non avevamo che te sulla terra

Non lasciarci morire assiderati

Lontano sempre più lontano

Dove tu vuoi

Dacci un segno di vita

Più tardi, più tardi, di notte

Nella foresta del ricordo

Sorgi improvviso

Tendici la mano

Portaci in salvo.

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by angelopetrelli

Giusto era il segno:

anche Montale ne

La Bufera della critica marxista

 

Eppure aveva tutte le caratteristiche per risultare simpatico alla tendenza principale del dopoguerra letterario italiano, poiché fu tra gli oltraggiosi obiettori che si assunsero la responsabilità di firmare il manifesto di Croce e, per di più, gli riuscì di tirare avanti senza mai essersi iscritto al PNF, cosa che gli costò il posto migliore che mai gli fu capitato, la reggenza al Gabinetto Viesseux.

E’ pacifico che questo suo sacrificio e le prime, stupefacenti raccolte lo resero un dio in terra, un vate povero diavolo dall’animo straziato, così egli stesso si definiva, costretto in quella qualità a coltivare le sue passioni, e se gli Ossi di seppia inizialmente gli tributarono un successo di stima, con Le Occasioni arrivarono fama internazionale e gloria imperitura, ma con un problema: certo lui non poteva sapere che dal 1939, anno della pubblicazione della seconda raccolta- e dello scoppio della seconda guerra mondiale- gli restavano ancora una buona quarantina d’anni di vita.

Sedere sugli allori sarebbe stato incoerente con l’amatissimo personaggio, cui non restava che superarsi.

E così fece, componendo la sua raccolta meno compatta e, forse, meno comprensibile, ma di sicuro la più alta. Il fatto è che ai dittanti critici marxisti, in primis l’eroe dell’eccidio di via Rasella Carlo Salinari, Montale andò a genio fin quando si fece interprete di un male di vivere derivato, secondo loro, dall’inautenticità storica creata dal fascismo. Esempio, questo, di miopia critica, perché a ben guardare l’inautenticità è nella vita dell’uomo, quei cocci aguzzi di bottiglia sui quali distante quest’essere si trascina fino alla morte, augurandosi al massimo di Potere/ simili a questi rami/ ieri scarniti e nudi ed oggi pieni/ di fremiti e di linfe, / sentire/ noi pur domani tra i profumi e i venti/ un riaffluir di sogni, un urger folle/ di voci verso un esito; e nel sogno/ che v’investe, riviere, / rifiorire! Di contro all’etichettato pessimismo è questo uno sperare intenso ed ottimista, che addirittura chiude gli Ossi.

Il futuro augurato, però non arriva, il presente anzi peggiora, perciò il poeta si rifugia nella Memoria e nel sogno, che si rivela soffocante, illusorio più del reale, dove la bussola va impazzita all’avventura/ e il calcolo dei dadi più non torna, scenario desolante e precario dove si vorrebbe sicurezza o quantomeno flashes di felicità. Pur sperando, insomma, persino il poeta rivela il suo échec dichiarandosi incapace di rispettare l’antico proposito di cangiare in inno l’elegia.

Tutto ciò fu carpito ed assaporato dall’ambiente letterario, l’amico Solmi su tutti, forse il più onesto critico dell’opera montaliana, ma il contesto nel quale si presentava La Bufera, nel ’54, era completamente cambiato, perciò dal vate non ci si attendeva più la disperazione del vivere, bensì un opportuno ottimismo da ricostruzione, denuncia neorealistica da opposizione e, magari, severi conti con la storia recente.

Invece Montale ignora il non troppo implicito dictat e presenta un’opera identica alle precedenti nel contenuto, e i conti con la storia li fa, ma è questo il suo torto più grave, non da un’ottica marxista. La Primavera hitleriana è, nemmeno a dirlo, una bufera di inquietanti epifanie, con visioni di falene impazzite- capretti uccisi- ali schiantate, / di larve sulle golene, mentre Hitler arriva per una serata di gala con Mussolini, del quale non si fa nome, salutato da alalà di scherani. Eccolo qui il fascismo, la bestia, liquidata in due parole poco più che grottesche invece di turpiloqui o strazianti panegirici. Tra gli elementi di rilievo nel componimento c’è la speranza che la piagata/ primavera è pur festa se raggela/ in morte questa morte! che quindi l’assurda primavera di gelo raffreddi le mortali ideologie. A sovrastare tutto però non è la storia, non è il pensiero politico, ma è la profondità spirituale di una donna, l’amante di Montale, Clizia, tu/ che il non mutato amor mutata serbi, / fino a che il cieco sole che in te porti/ si abbacini nell’Altro e si distrugga/ in Lui, per tutti. Questa calda immagine rivela un sorprendente bisogno di trascendenza, come poche altre volte leggiamo nell’opera del poeta ligure. L’aver sofferto un regime non voluto non corrisponde ad un mutamento radicale della sua poesia, e va preso quindi atto della coerenza intellettuale piuttosto che della resistenza ideologica militante per un artista dissociatosi disgustato dal Partito d’azione, e che nel suo non voler nutrire chierico rosso, o nero, nel suo essere distante dalle certezze offerte dal lume di chiesa e di officina non si dichiara antifascista, ma afascista, come giustamente precisa Raboni.

E pazienza se i versi di D’Aubigné che introducono La Bufera recitano Le princes n’ont point d’yeux pour voir ces grand’s merveilles, / Leur mains ne servent plus qu’à nous persécuter…o che Portinari interpreti la purga dura da sempre, senza un perché del Sogno del prigioniero come le sofferenze dei prigionieri dei lager o, ancora, che Manacorda interpreti l’ombroso Lucifero di Piccolo testamento che scenderà su una prora/ del Tamigi, del Hudson, della Senna, / scuotendo l’ali di bitume semi-/ mozze dalla fatica come lo spirito del comunismo che assalirà, guarda caso, rive occidentali. Ciò potrebbe tutt’al più significare simpatia distaccata e più pura verso la sinistra, quindi colpevolezza perché non v’è segno d’impegno concreto, eppure è proprio lo scrittore, sempre nella Primavera, ad affermare che la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue/s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate/ sulle golene, e l’acqua seguita a rodere/ le sponde e più nessuno è incolpevole. La passività di larve ed il silenzio condanneranno tutti, altro che rifiuto dell’impegno.

Se a tutto questo aggiungiamo che la raccolta esprime ancora sensazioni e pensieri ripiegati sull’individuo in sé, se pensiamo che Clizia nel mito fu trasformata in eliotropo per amore del Sole e che anche in quella metamorfosi continuò a seguirlo, e che tutto questo getta ambiguità sull’egocentrismo del poeta, è facile capire come restarono delusi i marxisti.

Dice Salinari: << questa concezione disperata della vita aveva su di noi un fascino potente: ed essa, lungi dal paralizzare la nostra volontà di lotta, la nutriva e la esaltava. Alla parola direttamente collegata con l’oggetto, senza diaframmi letterari, corrispondeva un atteggiamento morale che voleva porsi direttamente, a ciglio asciutto, senza speranze o consolazioni, di fronte alla terribile realtà della nostra vita. Questo coraggio morale diveniva per noi una bandiera e noi lo opponevamo alla faciloneria, alla retorica, all’idiota ottimismo del fascismo e dei suoi propagandisti.>> Amen. Con l’utilizzo dell’imperfetto Salinari amministra l’estrema unzione con stima al povero poeta, la cui sofferenza senza soluzione di continuità è del tutto anacronistica nel tempo del grande cambiamento e delle diverse sofferenze, quelle della lotta, degli artisti partigiani.

Più spietato è Franco Fortini, nel ’68: << murato da una forza di cui rifiuta i nomi storici e che quindi gli interdice ogni rapporto col fare altrui [...] Montale ha espresso la rimozione che la parte più europea del ceto intellettuale italiano ha operato del conflitto fondamentale del nostro secolo-quello sociale e politico-sostituendolo col tema "eterno" dello scacco e dell'incomunicabilità. Le "bufere" delle barbarie fascista, della guerra e della catastrofe atomica sono quindi interpretate come mere intensificazioni di una unica potenza intrinsecamente malvagia, l'esistenza.>> Ma si sa, il sessantotto…

E’ così che passavano quasi inascoltati segni più puramente poetici della Bufera, come la luce: quella più spirituale dell’Amore o l’Iride, luminosa appena come traccia madreperlacea di lumaca/ o smeriglio di vetro calpestato che egli lascia in eredità nel suo Piccolo testamento. E’ interessante, ancora, la funzione dionisiaca assegnata alla danza, più vera espressione dell’uomo straziato dalla falsità o semplice simbolo macabro: si passa, componimento per componimento come in un climax ascendente di vorticosità e d’orrore, dal fandango alla giga ed alla sardana, per arrivare poi allo zozzo trescone ed alla tregenda.

Non importava a nessuno quindi che Montale apparisse a Papini come Foscolo, Puskin e Leopardi messi insieme, perché il grande organo catalizzatore e selezionatore della cultura dal dopoguerra aveva mostrato il pollice verso. Quasi per dispetto verso il forzato oblio cui è relegato, la risposta di Montale è un lungo silenzio prima dello stile pieno, ironico, dissacrante e autoiconoclasta della raccolta Satura e dei quaderni e diari. Uno stile che sancisce la rottura con il cosmo dell’anziano uomo vissuto, che oppone un cinismo sarcastico all’ipocrita società del benessere, dell’umanista che ha ancora da dire, da emozionare. Ci vorranno antologie e saggi di grande livello, Mengaldo, Asor Rosa, Contini, Solmi e Macrì in particolare, che, spalmati nell’arco di mezzo secolo, testimonieranno lo splendore ancora vivo di un poeta che non aveva smesso d’esser grande.

Dovrebbe riflettere certa critica militante, nel non commettere catastrofi come nell’esempio illustre qui riportato; dovrebbe essere stimolata la critica acuta ora sonnecchiante della quale questa rivista già si è occupata, altrimenti il rischio è sempre quello di contribuire al genocidio culturale di una nazione.

Trascendendo l’esperienza di dolore del vissuto, quello che è davvero attuale in questo poeta è la lezione di coerenza sensata, apparsa quasi reazionaria ai più, nell’aver saputo fiutare il vento e nell’essere risultato onesto in quella che per lui è la poesia, semplicemente, e complicatamente, verità.

Siamo d’accordo con Montale quando giunge ad una conclusione provvisoria come quella di Piccolo testamento, suo ideale epitaffio letterario:

Giusto era il segno: chi l’ ha ravvisato

non può fallire nel ritrovarti.

Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio

non era fuga, l’umiltà non era

vile, il tenue bagliore strofinato

laggiù non era quello di un fiammifero.

andrea_aufieri@katamail.com

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by angelopetrelli

IL Montale...

Non recidere, forbice, quel volto

 

Non recidere, forbice, quel volto,

solo nella memoria che si sfolla,

non far del grande suo viso in ascolto

la mia nebbia di sempre.

 

Un freddo cala... Duro il colpo svetta.

E l'acacia ferita da sé scrolla

il guscio di cicala

nella prima belletta di Novembre.

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