Perceber, il romanzo eroicomico di Leonardo Colombati
Gli ultimi tre mesi sono stati una vera e propria“rivelazione” per il lettore attento e per l’intera letteratura contemporanea italiana. Prima Piperno, “Con le peggiori intenzioni” già best-seller per Mondatori, poi Pincio, “La ragazza che non era lei” per Stile Libero Einaudi; ed ora disponibile, a completare questo straordinario trittico narrativo, “Perceber” romanzo eroicomico di Leonardo Colombari per Sironi editore. Un testo mastodontico questo di Colombari, romano classe ’70, veramente una prova incredibile; finito di scrivere già nel 2003 dopo un lungo lavoro durato undici anni, questo libro è la storia di Perceber, una città spagnola fondata nel medioevo i cui abitanti parlano in continuazione senza neppure una pausa tra una parola e l’altra. Ogni azione descritta, ogni luogo immaginato, ogni personaggio o elemento nel testo, ogni riga del romanzo contiene un riferimento letterario, storico, filosofico, mitologico, musicale, cinematografico o di cronaca. Perceber è un romanzo barocco, se possiamo definirlo così con beneficio del dubbio, forse, è un errore chiamarlo “romanzo”. Sono tre i personaggi che per comodità possiamo definire fondamentali - un giornalista, un medico, un avvocato (tutti e tre leggermente pazzi) - testimoni di un incidente in viale Trastevere, a Roma, il 6 luglio 2000: un tram travolge un anziano tranciandogli la gamba destra. L’incidente rappresenta un punto di svolta nei destini dei tre uomini, che necessariamente si incroceranno, in modo anche grottesco, lungo tutto il romanzo. Roma è la città parallela a Perceber, un mondo popolato da personaggi storici e letterari tra cui Alessandro Magno, Copernico, Casanova, il marchese De Sade col suo maggiordomo, Mozart, Fregoli, oltre poi a rabbini, prostitute, statue parlanti, conciatori, un manovratore di lanterne magiche, becchini ed altro. Il testo è temporalmente ambientato a ritroso arrivando dai giorni nostri sino al 1233, anno di fondazione di Perceber, luogo dove sono banditi il oltre al silenzio, il colore bianco e il numero zero. Tutto l’andirivieni di vicende è alimentato da una scrittura di ardua leggibilità, difficile, massimalista, enciclopedica, tra cabala e la pornografia, rock e psicanalisi, speculazioni idealistiche e architettura futurista; tante citazioni e nozioni che in appendice al romanzo l’autore ha inserito anche cento pagine di apparati (note, citazioni, glossario, fonti) senza le quali si capirebbe poco, e il testo, probabilmente, non potrebbe essere considerato e letto nella sua pienezza comunicativa. Questo di Colombati, per certo, non diventerà un successo delle vendite, troppo lungo (più di cinquecento pagine) di una complessità narrativa disarmante, iper-letterario, quasi “incomprensibile”, sette capitoli in tutto che racchiudono quarantuno episodi ambientati in diversi quartieri di Roma, libro diviso in tre parti, a detta dell’autore alcuni racconti hanno subito nella lunga lavorazione anche fino a quaranta revisioni, basti questo ad immaginare l’immane lavoro necessario per scrive un’opera di simile portata, altrettanto impossibile inquadrare questa “singolarità” in un genere prestabilito, forse questo capolavoro fa forma e genere a sé, “una monade”, un libro che chiaramente, come si suole dire, “non venderà un copia”, troppo inadatto al lettore medio-basso, a speculazione pubblicitarie e commerciabilità. L’esordio di Colombati parte con una diffusione e una tiratura minima, poco meno di duemila copie; ma di “Perceber” sono convinto, se ne parlerà per i decenni a venire. Questo libro è un “monumento letterario” per il quale ogni iperbolismo o definizione trionfale è del tutto giustificata. Buona lettura.
Angelo Petrelli
Apologia di Angelo Petrelli
a “Con le peggiori intenzioni” di Alessandro Piperno
insomma da che parte sto?!
“Con le peggiori intenzioni” è il titolo dei romanzo del trentunenne romano Alessandro Piperno, edito Mondatori, e che in poco più di due mesi è già arrivato alla decima ristampa (più di 150.000 copie vendute in tutta Italia) diventando il caso editoriale dell’anno. Un romanzo di certo avvincente, “un decadente romanzo borghese” che si fa leggere piacevolmente con la sua prosa ricca e ricercata per più di trecento pagine, persino a volte, in una narrazione sin troppo vicina gli accessi di una scrittura tra ironia, ridicolo e disperazione. La storia è quella di Daniel Sonnino giovane rampollo di una famiglia ebrea dell’alta borghesia dei suoi amici e dei suoi nemici, dagli anni del boom economico fino agli anni Ottanta. Amori, tradimenti, scandali sono narrati (in prima persona dal protagonista) mentre sullo sfondo si svolge la storia d’Italia raccontata attraverso una fiumana di parole, e con la risoluzione di una cinepresa, tra flash-back e contrazioni temporali, in una descrizione pronta a mostrare al lettore minuziosamente l’espressioni, gli atteggiamenti, le nevrosi, e le contraddizioni proprie dei personaggi, ben focalizzati e rappresentati nel habitat borghese; questo attraverso la voce narrante nel suo continuo giudicarli. Così si consuma l’infanzia e all’adolescenza di Daniel Sonnino nella sua condizione di vittimismo, amenità e rabbia. Chiaramente importantissima e tendenziosa è la presenza nel testo della questione ebraica affrontata con un divertentismo provocatorio e lontano da ogni forma di buonismo; emblemi di questa condizione sono anche la figura dello Zio Teo, e quella dell’amico fighetto, rappresentanti di una borghesia ebraica che cerca di dimenticare le ingiustizie della storia. Altro ruolo fondamentale è quello della bella Gaia, puerile e sciccosa ragazza di cui Daniel è invaghito sin dall’adolescenza. Il testo si incentra sulle posizioni di Daniel il vero è proprio punto di vista critico del romanzo; lui lo snob intellettuale nello scenario del consumismo anni ottanta, lui rappresentate anche si troppo estremo, di un intera generazione con i suoi facilmente criticabili comportamenti spesso mirati alla ricerca di ogni forma possibile di edonismo: notevole e particolare riuscito nel testo è l’elogio delle masturbazione, altra credo mirata provocazione rivolta al lettore medio. I riferimenti fatti, per quanto “ridicoli” nell’intenzione, e le somiglianze intraviste da quotatissimi critici letterari atte ad accostare Piperno a Proust hanno la loro fondatezza ed unica giustificazione in questa impressione che lascia il romanzo nel lettore di essere un “alla ricerca del tempo perduto” in miniatura, specialmente nei sovrabbondanti riferimenti letterari e nella capacità di Piperno di raccontare il tempo e i volti nel ricordo; ma di certo posso scrivere, ad onore del vero, che Alessandro Piperno non è il nuovo Marcel Proust. Altrettanto numerose ed agguerrite sono state le stroncature, spesso ingiustificate, e che generalmente hanno tacciato il romanzo etichettandolo come uno scritto dallo stile barocco, noioso, difficile, o peggio ancora critiche legate alla questione “un romanzo che parla di un ebreo ricco e colto” in un misto tra falsa ideologia ed antisemitismo. “Con le peggiori intenzioni” è diventato un caso letterario nel giro di poche settimane: un libro ben scritto, affabulatore, e in parte anche, a mio avviso, un libro di denuncia, ma probabilmente non “un capolavoro”; senza dubbio un grande colpo commerciale, in una rara combinazione tra successo delle vendite e qualità della scrittura.





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