De.licio.us Dada
Archivio Luglio 2005

by angelopetrelli

Questo è il terzo appuntamento con IL FOGLIETTONE rubrica di letteratura a puntate per

IL PAESE NUOVO a cura di Angelo Petrelli

i racconti di Andrea Aufieri

RAPSODIA

Precipitava senza possibilità d’urlare, roteando in un vortice cupo e denso, rischiando di colpire gli spigoli degli specchi che ruotavano concentrici tutt'intorno e dentro di lui, la cui più forte paura era quella d'incontrarsi atterrito in quei frammenti che riflettevano il suo buio più oscuro…Ora la sua incessante discesa stava per infrangersi verso una di quelle fredde lastre, ma irruppe roboante un frastuono: BUM!, cui fece seguito un metallico TISCH!, e ancora, più velocemente: Bum! Tisch!, Bum! Tisch!…

Così aprì gli occhi per ritrovarsi nel caldo blu del suo piumone, un attimo e poi urlò al fratello Marco di non usare così tanto la grancassa perché faceva un suono orrendo: non ricevette risposta né tantomeno il ritmo cambiò!

Erano le sei della sera, e il mal di testa non gli era passato, un altro sguardo al cellulare, quel messaggio che con stucchevole compassione e intravedibile ma falso rimorso gli ricordava che era finita. La prima frase era un modello, del tipo “Ci vediamo alle…”, abituata com'era a finirla ogni volta così, poi una "e" senza accento e le abbreviazioni del linguaggio degli sms, che non facevano che fargli sentire ancora più freddo …

Nessun sussulto, solo freddo e fragranze sbiadite: si chiudeva così un amore già morto, la vita di un anno. Solo freddo…Bum! Tisch!, Bum! Tisch!, ancora! No. Non aveva proprio voglia di studiare: il giorno dopo sarebbe stato in campana e avrebbe risposto alle domande con altre domande.

Indossò il cappotto con molta calma pensando ad un abbraccio, quindi salutò il fratello, che non rispose, e scivolò fuori.

Gran freddo, per la strada, per i muri graffiati, sulla brecciolina e le file d'auto parcheggiate, e gli alberi erano troppo pochi e troppo scuri per mettergli allegria.

Andò verso la pietra bianca d'oro del centro, forse troppo candido ed esteriore per il suo stato d'animo.

Luci dai locali con gente sorridente e tanti altri che noncuranti lasciavano trasparire il suo stesso sguardo triste, ma tutti troppo presi in sé stessi per riconoscersi.

Musica dalle radio, dagli altoparlanti, le campane e l'odore del pane, spandevano dappertutto quel freddo che rendeva insensibili nasi, occhi, orecchie e cuori.

Uscendo da una pellicceria, due uomini lo strattonarono senza scusarsi, poi lui salutò due amici: da uno non ricevette risposta, l'altro lo chiamò con un nome diverso. Avanti per il barocco le insegne le viuzze con i balconi scalcinati le caldarroste cotte all'istante: poca gente eppure troppo movimento per lui.

Il semaforo per i pedoni faceva da spartiacque tra il corso e la zona moderna; passò col rosso perché non c'erano macchine e, vicino alla budineria, captò con amarezza sguardi e commenti su di lui da parte di una comitiva, che lo seguì per un po’.

Alla piazza con la fontana, trovò che la fontana era spenta, negozi stracolmi anche lì, ma finalmente aveva trovato il silenzio che cercava proprio lì dove esso non c'era. Camminava con scarso equilibrio perché la sua testa era altrove, frastornata da sogni e da incubi.

Per fortuna chi lo seguiva gli aveva ricordato com'era fatto il suo corpo, per cui ora provava un senso di vergogna e di vertigine, come se stesse lanciandosi da un grattacielo per finire sugli spigoli dei soliti specchi.

Tutto nella piazza gli girava intorno: alberi, ghiande, l'acqua che non c'era, suoni, profumi e luci e colori di neon o lampioni…si sedette di peso su una panchina: non deve essere facile per i pazzi sapere che giorno è che ora è se piove se c'è il sole ma non è così per chi la cognizione del tempo la possiede ma è come se fosse fuori di esso camminando volando nuotando al di là di tutte le cose fuori ma dentro né dentro né fuori lì e dove non era realtà e rifiutato ideale ecco chi era ecco cos'era un tutto nel niente una nullità nel Caos parte di esso e sua antitesi e così vagava per codici terreni codici divini codici sentimentali codici dell'io solo trovare le chiavi giuste…le chiavi già, le chiavi di casa…

Decise di alzarsi, la sua consapevolezza del nulla totale e molteplice lo sollevava e gli dava la forza per camminare nuovamente: la sua direzione era la sua prossima piccola gioia, cioè quella d'ascoltare cosa aveva concluso il suo fratello batterista.

Certo l'amaro non se n'era andato, anzi, realizzò che stava andando in qualità del suo nulla a presentarsi al cospetto della Musica, per raggiungere così un fragile e folle equilibrio: un solo sguardo storto ricevuto sulla strada del ritorno avrebbe segnato il suo agognato passaggio dalle tenebre del nulla alla pazzia.

Nulla, liscia la strada, tranquilla e serena in superficie come il suo cuore nel percorrerla, pesante e leggera come la sua anima…

Tutto andò bene fin sotto casa, quando scorse passare una sua cara amica, creatura di quelle che gli riscaldavano il cuore nei giorni freddi come quello.

Decise di non abbandonarsi alla disperazione perché non l'aveva salutato: a lei si poteva concedere un po’ di credito, almeno per via d'un abbraccio gratutito che gli aveva donato qualche tempo prima, ma certo lui non era dell'animo di salutarla…

A lei, però, il suo passaggio non era sfuggito, così attraversò la strada e gli prese la mano sinistra con tutte e due le sue:

- Fa proprio freddo, oggi, vero? Ciao, Stefano, un bacione!- e glielo diede con i suoi occhi verdi, i suoi capelli castani corti, le guance calorose e la luce che da sempre irradiava da sé.

…Stefano, era proprio così che si chiamava, l'aveva quasi dimenticato:

- Già, faceva proprio freddo, grazie Martina!-

Restarono a parlare per un po’, poi lui aprì il portone, il volto rosso e l'espressione contenta: cos'era successo negli ultimi cinquanta minuti? D'altronde l'aveva scritto in una poesia: "Vivo di piccole cose: una smorfia può abbattermi una farmi volare"…

La batteria non suonava più, ora era lui che si muoveva al suo ritmo, "piccola ritmata ondicella" in un mare in tempesta.

WAITING LIGHT

Oggi non mi raderò come sempre nel bagno, accompagnato dalla musica del lettore. Osservando quella piastrina con i dati di mio padre incisi su di una faccia, mi ritornano in mente alcune sue lettere recenti, intrise sì del piscio e del sangue sparso sui campi devastati dall’odio, ma permeate dal sogno della nostra vita futura, in una bella villa fuori città, con tutti i tipi di alberi che vuole piantare e del frigo che premi un tasto e sputa fuori il ghiaccio, l’acqua fresca che gli manca ed i condizionatori per difenderci dal caldo leccese. Per questo e per amore patrio dovrà andare in terre lontane, esporsi, rischiare, farsi ben volere. E’ovvio che gli allarmi nel campo fischieranno sin troppe volte, ma lui farà tutto questo per noi e noi dobbiamo aspettare e stare tranquilli, pregare se riusciamo. La piastrina non è un cimelio di guerra, altrimenti sarebbero state due. Ci è stata inviata per posta da un caro amico di famiglia esattamente quattro giorni dopo l’ultima lettera di papà. Quella lettera è molto divertente, in particolare quando racconta di come un giorno abbia deciso di radersi all’aperto perché un commilitone aveva esagerato con i dolci del luogo. Per compiere la complicata operazione aveva vinto una mano secca di rubamazzetto ottenendo uno specchio in prestito, dopodiché aveva giocato e vinto a calcio al meglio dei tre gol, perché gli serviva il secchio dell’acqua. Sistematosi in un punto ventilato del campobase, cominciava ad insaponarsi quando improvvisamente chiamavano l’adunata per organizzare una missione. A quel punto capiva che non si sarebbe raso la barba prima di una cinquina di giorni. Quando la salma è tornata a casa, gliel’ ho tagliata io.

Ora, preso un secchio ed uno specchio, cerco l’angolazione giusta per utilizzare i raggi del sole delle sei, pensando a chi è quel tale che disse che un tramonto è bello per ciò che ci fa perdere. Le lenzuola appese nella stretta veranda gonfiano possedute dal vento, ma dal soggiorno riesco comunque a sentire il mio telefonino squillare. E’ la routine del sabato: barbadocciachiamaconcerta. Tutto questo non ha poi quel senso mistico- rituale che gli affibbiavo quando andavo ancora a scuola. Non lo ha più da che le attraenti sirene universitarie hanno cantato, ed il sabato è solo un giorno della settimana.

-Sì?Ciao!Dove?A che ora?Chi siamo? – poi, facoltativo – E le macchine? Non ho passaggio…- l’ispirazione per ottenere la patente ha conosciuto in me alterne e mai tradotte fortune.

Per uscire dalla consuetudine, gli amici mi propongono una rivisitazione del centro storico, che non vedo da un paio d’anni. Abbandoneremo così i vialoni dei locali periferici pizzabirracinqueuro, presentati da promettenti e misteriose semioscurità, foriere d’avventure e grandi depressioni, mai tanto interessanti e conturbanti, però, quanto per esse i nostri sogni d’attesa. Ma è pur vero che per quei viali è troppo facile non vedere le piastrelle smosse ed inciampare. E’ così che ci si offusca con nebbie da fumo; è così che è facile risvegliarsi accesi da desideri irreprimibili con l’utilizzo della sola ragione: ci vorrebbe forse l’istanza non troppo ragionata d’un controistinto laddove quello di sopravvivenza chiude gli occhi e s’inginocchia a quello del piacere. Aspettare m’innervosisce, perciò produco pensieri come questi. Ma quello cui davvero sto pensando è il centro storico, che anche da lontano per me cantava le gioie dell’amore, facendo delle tre porte altrettanti ingressi al paradiso, storia come muffa, troppo tempo corso. E la mia Beatrice l’ ho persa proprio per quelle strade, sulle quali ella lasciò aulica traccia del suo odore per angoli in cui il barocco assumeva spigoli- alcova protettivi ed i suoi influssi erano ambrosia, dalla quale un giorno fui bandito e maledetto: ramingo, infatti, come Orfeo mi voltai a guardare una mefistofelica Euridice, che cercai e cercai senza pudore e, trovata, anch’ella mi rifiutò trasformandosi in biblico- klimtiana Giuditta. Stasera credo proprio che cercherò la mia testa per il Corso, attraversando porte ormai infernali, che tutto ingurgitano, malsopportano e poi vomitano urticate. Marmaglie ululanti agghindate di pece lucida o emoglobinee vestigia; stanchi riottosi o guitti olezzanti biacca labile ad improvvise fiamme di dannazione.

Da che parte sarò? Certo non con questo scirocco artrizzante- eppure sapermi sciogliere anch’io in esso…- o magari in un’ombra? Esitazione d’un attimo, poi si continua ad aspettare in azione.

Il mio volto ora è pulito, pronto, com’è avvezzo, a subire e ricambiare suburbane bestemmie, principianti con un ipocrita – Ehi, tutto a posto?

Scroscio d’acqua di doccia, mentre lo stereo è muto per la lampeggiante waiting light.

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by angelopetrelli

Angelo Petrelli

su l'ultimo (capo)lavoro di Tommaso Pincio:

La ragazza che non era lei

La ragazza che non era lei”, di ultima uscita per Stile libero Einaudi, è senza ombra di dubbio il capolavoro di Tommaso Pincio, lo scrittore romano già autore di M (Cronopio, 1999), Lo spazio sfinito (Fanucci, 2000) e Un amore dell'altro mondo (Einaudi Stile Libero, 2002). In questo straordinario testo Pincio narra le vicende, o per meglio dire, descrive i fatti di una storia potenziale, ben costituita, e forte nella sua molteplicità. Una storia estraniante ed a tratti violenta, attraversata da una complessità narrativa, che probabilmente, può essere definita come soluzione retorica di una scrittura antinarrativa. La Ragazza che non era lei è un romanzo che funziona nella sua continua rappresentazioni di fusioni mentali, emblemi di incertezza percettiva, quasi disfemiche della realtà narrabile. Un testo in alcuni tratti spiccatamente lirico, e quasi poetico: “Tutto sommato mia madre ha fatto bene a non darmi subito un nome. Fateci mente locale, i nomi servono soltanto a nascondere la nostra essenza numerica. Sono tentazioni di esistere, chimere.” La bellezza di La ragazza che non era lei, sta tutta nell’impressione, per altro auspicabile intendo: che lascia nel lettore questa storia fatta di realtà inverosimili e improbabili. Un romanzo folle ma documento di acume e rara lucidità stilistica. Si sono sprecati nei gli ultimi giorni gli accostamenti e le definizioni su questo romanzo, da una parte atte a smorzarne il nascente mito o ad incanalarlo nell’idea di una commercializzazione e riproduzione di strutture letterarie già viste; chi, invece dall’altra, è pronto a ripartire la questione sui falsi binari di un bipolarismo letterario tra destra e sinistra nel quale banalmente contrapporre Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno al lavoro di Tommaso Pincio. La storia è quella di Laika Orbit, una bella ventiquattrenne che viene abbordata da uno strano tipo all’interno di un fast-food, un posto come ce ne sono a migliaia, sparsi un po’ ovunque nel mondo reale. Laika pur senza essere stata trafitta dal classico colpo di fulmine, si trova di punto in bianco a seguire questo folle sconosciuto dal nome Zxyz che si esprime preferibilmente eliminando le vocali e che sostiene di essere un genio dei numeri. Zxyz svela a Laika la storia del suo passato partendo dagli assurdi anni sessanta della controcultura in un’America spettacolo sgradevole di sogni ed utopie. Un brutale viaggio di sola andata lungo le strade di una California devastata dall'immaginazione, immaginifica tra reduci dell'era hippy, surfisti svitati, terroristi e gente in fuga dalla civiltà, immersi nella cultura del sesso libero per antonomasia e di paranoie, tra buddismo ed immancabili allucinogeni. Insomma probabilmente una fedele riproduzione di un’epoca. Qui inizia l’incubo: la protagonista si trova a vive questo viaggio on the road scoprendo il senso di un mondo alieno e fatto di leggende, miti, dove niente sembra davvero reale, un mondo senza tempo, dominato dalla polvere, e animato dall’impressione pressante della cruda realtà nella quale Zxyz ha vissuto la propria infanzia. La possibilità di fuga verso un universo parallelo ci viene data da Pincio attraverso le non troppo velate citazioni di altri libri presenti del testo, facile intravedere Burroughs, per altro mai citato, ma anche l’Eliot di Waste Land, e non ha caso il Kafka di America. Un mondo rappresentazione di idee tese verso il senso del destino e la sua dissoluzione, condizione che fa da cornice a scenari fantasmagorici con nomi altrettanto assurdi tipo: Ghiaccia, Ghibli, Ghetto, Ganesha, Glo Glo, Granone, Gurge e così via fino alla desolante Cloaca Maxima; straordinaria la trovata, inoltre, del Déjà-vu Hotel. Questo di Tommaso Pincio La ragazza che non era lei è assolutamente un libro da leggere, un’opera che sono certo, nei giusti tempi, riuscirà a raggiungere la considerazione che le spetta di diritto nel panorama della letteratura italiana contemporanea.

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by angelopetrelli

Questo è il secondo appuntamento con IL FOGLIETTONE

rubrica settimanale di letteratura a cura di Angelo Petrelli per la pagina culturale

de IL PAESE NUOVO quotidiano del salento

racconti tratti da

NOVELLE NERE (Queste e altre leggende minimali)

di Vito Lubelli

HO UCCISO UN CAPOREDATTORE. (Novellina con finale multiplo).

Il naturale interesse e la predisposizione innata per i numeri e i giochi algebrici, di qualsiasi genere e in ogni momento buono della giornata, avevano col senno di poi fuorviato il ventenne B. Singer dalla sua reale e assorbente passione: la letteratura. Quel po’ di talento per calcoli e conteggi esasperati, motivo peraltro di ottimi voti durante la scuola dell’obbligo, era via via scemato; e sebbene non fosse interiormente scomparso del tutto, aveva lasciato il posto all’altrettanto assorbente ed esasperata consacrazione alla parola. Quella dal numero alla parola, passando anche attraverso vaghi ma continui interessi musicali, era una vera e propria conversione di vita.

E tutte le conversioni da San Paolo in poi, com’è noto, comportano l’accendersi di un entusiasmo a dir poco infiammante. Non è una regola certa e inderogabile, lo ammetto, poiché può spesso accadere che tale entusiasmo declini a sua volta, lasciando del suo passaggio un labile segno e nessun frutto valido. Non era tuttavia questo il caso di B. Singer.

Con foga e creatività in dosi abbondanti divorava letture d’ogni varietà, e libri e opuscoli e quotidiani, macinava romanzi su romanzi fino ai confini dell’ignoto e del sopportabile, racconti e novelle di infimi autori, capolavori, classici, addirittura qualsiasi carattere purché stampato su carta, anche se non valeva la pena che fosse letto. E di getto produceva un’infinità di novelle e propri racconti, sfruttando quella quantità di fantasia e immaginazione che invero mai gli erano state carenti. Gli ferveva dentro un mosto, un ribollire creativo che valeva a cancellare le ore e il sonno e trasformare le giornate di immersione nelle lettere in una fervente attesa.

Che cosa attendesse di preciso, forse neanche B. Singer stesso lo sapeva bene. Era sufficiente la certezza che tutto quel lavorio mentale e intellettuale, oltre ad appagare quella specie di arsura, quel bisogno famelico e quasi fisico di libri, sarebbe prima o poi valso ad uno scopo preciso che ripagasse tanta fatica, divenendo una stabile caratteristica esistenziale. Ossia, non necessariamente un lavoro, ma almeno un leit-motiv. La proposta di scrivere racconti brevi per conto di una rivista metropolitana di cultura, con contratto di prova annuale e rinnovabile, fu dunque accolta da B. Singer come la manna. Essa racchiudeva in sé la massima aspirazione alla quale egli poteva anelare in quel momento.

Il giorno in cui doveva presentarsi in redazione stava giusto ultimando – era mattina presto – una storia dagli sfondi noir su un aspirante scrittore. Curioso. Cadeva a fagiolo, per usare un motto. Ci teneva a ultimarla per sottoporla, quale volontaria prova d’ingresso, al caporedattore cui un amico comune l’aveva raccomandato per quel posto di novelliere free-lance. Il raccontino, tra l’altro, si concludeva con la morte del redattore capo di un fantomatico giornale. Coincidenze. Coincidenze talmente forti e stringenti, tali da far assomigliare incredibilmente il raccontino a quel giorno particolare. Gli episodi della vita possono essere curiosi, molto curiosi. E spesso crudeli. Anzi in certi casi la febbrilità, per così dire, del proprio impegno rischia di confondersi con la ferocia della mente. Con le combinazioni del destino. Con un remoto desiderio di perfezione stilistica, pure. Infine, con la spasmodica ricerca dell’appagamento personale. B. Singer riuscì a percepire e soddisfare tutto ciò in un solo attimo, la mattina che ultimò un meraviglioso raccontino noir, venne assunto alla redazione della rivista e ammazzò il caporedattore con un colpo alla nuca inferto con la fedele macchina da scrivere portatile.

Primo finale

I motivi restano tuttora sconosciuti. Si può ipotizzare che il raccontino fosse in realtà un copione di un omicidio premeditato, ma questa è solo una congettura. L’assassinio del giornalista rimane un finale inspiegabile.

E ora scusatemi, devo presentarmi ad un colloquio presso una nota rivista cittadina. Spero solo che il redattore non sia quell’arrogante dittatore di cui si dice.

Altro finale

Il movente dell’accaduto resta ancora un mistero. Il raccontino di B. Singer, così come scritto, è stato fedelmente trasportato nella realtà.

Che freddezza, io non ne sarei capace.

A proposito, spero solo che il pubblicista con cui ho un colloquio stamattina non sia quell’arrogante individuo di cui si dice.

Altro finale

Firmato

I. B. Singer, venerdì 5 novembre, ore 8.35.

UNA ECCEZIONALE PARTITA A SCACCHI.

Così, questa città piccola piccola pare piena di uomini con una sola occupazione. È raro trovare individui che posseggano più di un impiego. Una stranezza che solo in alcuni casi può essere spiegata con la totale abnegazione riversata nei rispettivi affari.

Questo, per fortuna di chi narra, avviene nel caso di Vera Grimaldi. La sua eccentrica maniera di trascorrere la totalità della giornata è sguardare. No, non si tratta di un errore di battitura: intendo esattamente sguardare, osservare cioè con cura maniacale, fissare oltremisura, inquadrare sempre tutto il possibile. All’uopo, a parte i nudi occhi grigi (la vista migliore appartiene a chi possiede pupille del colore grigio, si dice) con i quali scruta senza ritegno gli sguardi che incrocia per strada, Vera possiede un paio di macchine fotografiche professionali. Una, la Canon, è sempre caricata con rullo a colori per ritrarre tutte le sfumature cromatiche della città. L’altra, una straordinaria Pentax con un obiettivo modificato Zeiss, viene utilizzata con rullo b/n per le fotografie d’arte.

Con questa Pentax, Vera Grimaldi cattura la bellezza cruda dei personaggi umani e incide su carta sensibile frammenti di storia.

Con la Pentax, Vera Grimaldi si è messa nei guai.

Domenica scorsa, per un incredibile colpo di fortuna, ha scattato una foto ad un uomo mentre egli crollava per terra, giusto nell’istante preciso in cui costui perdeva il sostegno delle gambe e il corpo senza vita si accasciava in mezzo alla discreta folla di un mercatino rionale. Un terribile capolavoro, macchiato però da un’inspiegabile ombra nera, un alone che avviluppava la sagoma del vecchio morente. Vera Grimaldi se n’è accorta quando, poco dopo, ha sviluppato la foto nella sua camera oscura. Le si è ghiacciato il cuore, perché quel mantello d’ombra, a occhio nudo, non c’era nel modo più assoluto.

Vera Grimaldi ha fotografato la Morte.

Il presagio affiorato con l’emersione del ritratto dall’acido l’ha accompagnata per tutta la sera e si è poi materializzato in una citofonata. – Chi è? – chiese tremante e balbettante Vera Grimaldi. – Sono la Morte – la risposta. Ovvio, è venuta a riprendersi la fotografia. La Signora col Mantello e con la Falce (stranamente, tuttavia, nella foto di Vera non compariva la falce; forse una dimenticanza) non tollera rappresentazioni iconografiche, generalmente. – Salga, è aperto. – Che fare, lasciare che entrasse da sola? La Signora è salita nel monolocalino di Vera Grimaldi e si è accomodata sulla poltrona senza attendere invito. La padrona di casa, peraltro già molto alla mano, non ha ritenuto opportuno risentirsi per tale mancanza di costume da parte della Morte.

– Vengo al sodo – ha esordito con voce ancestrale. – Lei ha avuto la sfacciata imprudenza di fotografarmi. Oggi, al mercato, mentre portavo via quel vecchio. Questo le costerà la vita.

– Ma io non l’ho fatto apposta – replicò calma e un po’ indignata Vera Grimaldi.

– Lo so, ma chiunque mi incroci, volente o nolente, è destinato a morire. Altrimenti non sarei la Morte, si capisce, sarei, che so, per esempio il Malore, oppure un Disturbo della vista.

Vera Grimaldi non apprezzò l’umorismo macabro della Morte.

– E se le restituisco la foto e dimentichiamo l’accaduto?

– Non basta. Devi morire.

– Ma così non vale – protestò accorata Vera Grimaldi. – Sono innocente, quindi ho diritto ad appello.

Questa volta fu la Morte a maledire il principio costituzionale del doppio grado di giurisdizione.

– Facciamo una partita a scacchi – propose Vera Grimaldi con rinnovata vitalità.

La morte sbuffò.

– Che noia. Tutti la stessa richiesta. – Va bene, - acconsentì alla fine la Nera Signora. Si trattava, in fondo, solo di prorogare la dipartita di qualche ora. Nessuno, infatti, da oltre mille anni vinceva la fatidica gara con lei. Solo Bobby Fischer ha avuto la sfrontatezza di vincere e perciò non è morto, perché la Morte è di parola; in compenso Bobby è diventato pazzo. L’insolenza si paga.

Vera Grimaldi ha sistemato la scacchiera, baldanzosa, sul tavolino, con una bottiglia di cognac e due bicchieri, educata. Peraltro, durante la partita, la Morte non ha bevuto perché si riteneva comunque in servizio.

– Posso chiederle una cosa? – intervenne Vera Grimaldi rompendo il silenzio.

– Che vuoi? – La Morte, brusca e irritata, è passata al tu.

– Come mai nella foto non appare la falce? – domandò soffiandole il cavallo.

– Dimenticata a casa. – La Morte si arrocca, anche nel senso di aver perso man mano loquacità.

– E il vecchio come l’ha portato via? – Vera Grimaldi ha già mangiato un altro pedone.

– Con le mani. – Laconica.

– Davvero? – Forbice di cavallo di Vera su torre e re, con conseguente scacco alla Morte e sicura perdita del pezzo. Partita decisamente impostata all’attacco.

– Se fai troppe domande mi distrai. – Nervosismo della Morte.

– Il fatto è che sono curiosa, altrimenti non farei tutte queste fotografie, no? – Ancora impertinenza. Regina bianca (Vera) in B5, pronta ad andare all’assalto. Alfiere nero (Morte) sacrificato per copertura.

– Quindi ora che sei qui non sta morendo nessuno? – pedone bianco minaccia alfiere con contestuale scacco di torre.

La Morte s’è infilata la mano scheletrica nei capelli, strabuzzando e sbuffando, disarmata, pure un po’ sudata ed esausta. Unica mossa obbligata, lo spostamento del re in C3.

Vera rifletté un secondo, scalò la regina e diede matto. – Alé! – esultò compostamente.

Per la Morte, incredula, si è trattato della seconda sconfitta in pochi anni, dopo quella con Bobby Fischer.

– Me ne vado – disse rimettendosi il mantello. – E tieniti pure quella foto. – Sbatté la porta, rovente per la sconfitta, e uscì per le scale con Vera che ancora salta di gioia, non tanto per la vita salva, quanto per aver battuto la Nera a scacchi. Sfortunatamente, mentre la Morte andava via, un vicino di casa di Vera Grimaldi stava rientrando. Al vedere la Signora, è letteralmente sbiancato.

– Tu! Vieni con me! E non fare storie – gli ha intimato, gelida. E quello ha dovuto seguirla, triste e addolorato.

E dire che Vera Grimaldi, sua asfissiante vicina d’appartamento, tante volte gli ha proposto di giocare a scacchi, ma lui non ha mai voluto saperne d’imparare.

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by angelopetrelli

Questo è il primo racconto pubblicato su IL FOGLIETTONE

rubrica settimanale di letteratura a cura di Angelo Petrelli per la pagina culturale

de IL PAESE NUOVO quotidiano del salento

Il funerale della cernia

di Michelangelo Zizzi

Chi la vide in punto di morte giurò che era riversa su di un fianco, che boccheggiava esausta, che gli ultimi servitori tentavano di salvarla con ogni mezzo, che un sacerdote la confessava, che i fedeli piangevano ai bordi del magazzino del pesce con lunghi singhiozzi intervallati da sospiri, che i suoi occhi perduti non dicevano molto, che avrebbe voluto vivere ancora per parecchio tempo e lo avrebbe fatto se non fosse caduta vittima di un equivoco che il suo stesso mito produsse, che c’era chi le asciugava le lacrime commiste al sale, chi le agitava dei grandi ventagli vicino al capo e alla gola, chi le lanciava secchiate d’acqua nel vano tentativo di vederla sorridere, chi pregava per la sua resurrezione, chi spergiurava contro l’assassino, chi portava le sedie da un capo all’altro del seminterrato, chi offriva caffè, chi consolava gli afflitti, chi contava di diventare famoso con una biografia ragionata, chi con le foto del cadavere, chi con la storia della sua immortalità e della falsità pubblicitaria di quel momento, perché si sarebbe detto dopo che quella non era che una figlia, una copia insomma, una delle innumerevoli che la grande dea generò nella sua immobile regalità all’inizio del tempo e che della madre aveva soltanto la conformazione fisica, ma non la magnificenza eterea e l’immotilità celeste e marittima, e c’erano anche dei figli di Pietro che giunsero di gran carriera a contemplare quel monumentale relitto che nutriva le loro fantasie, ricordando le forme delle astronavi extraterrestri dei primi secoli A.C. e c’era il sottoscritto che vi racconta questa storia se avete un po’ di tempo da perdere.

Dopo tre giorni di lacerante agonia la grande cerna emise l’ultimo respiro che assomiglio al brontolio serale di un tuono, che opacizzò a causa dei fumi eruttati l’umore già tetro della sala, sconquassò i cuori dei fedeli, fece tremare i muri e le finestre e piangere a dirotto chi ancora non si capacitava dell’ineluttabilità dell’evento. Tutti si strinsero allora con veemenza ed incorrotta fede al cadavere del pesce sacro, giurando fedeltà imperitura. Il suo corpo smisurato per una cernia mortale fu spalmato di unguenti e sali, fu lucidato, baciato, curato nei minimi particolari, abbellito di impiastri intorno agli occhi dall’estro delle biatelle, e per due giorni fu meta di un inesauribile flusso di adepti che vennero da ogni parte del mondo con qualsiasi mezzo, tanto che alcuni, i più audaci, coprirono con il solo ausilio della loro volontà e sotto l’egida della fede e del fanatismo centinaia di chilometri a piedi in poco più di ventiquattro ore.

Per moderare il movimento della folla, giacché il magazzino per quanto grande comportava degli evidenti limiti di spazio (la sola cernia che era deposta su tralicci d’acciaio era lunga all’incirca quarantacinque metri e alta sei e mezzo) si dovette installare un botteghino all’entrata che regolasse la visita al pesce con il pagamento di un biglietto simbolico e con una precisa indicazione di orario di permanenza e del numero di persone che di volta in volta sarebbero potete entrare.

Per due giorni i circondari del magazzino del pesce furono gremiti di gente d’ogni età e razza, si installarono tende, si formarono comitive spontanee che nascevano dalla naturale inclinazione verso un unico fine, si bivaccò, si accesero falò votivi, dentro alle tende si consumarono pasti per lo più frugali, si pregava, si giocava a carte per distrarsi, si chiacchierava del futuro, ci si scambiava immaginette sacre e i marinai imprimevano sul loro petto il tatuaggio della dea.

Per due giorni centinaia di migliaia di adepti e curiosi riuscirono a sostare presso il cadavere della grande cernia.

Per due giorni l’ufficio di biglietteria incaricato direttamente da un’agenzia di sondaggi appartenente alla stessa setta della cernia, compilò un censimento sommario dei visitatori. L’indagine parla di gente sommariamente eterogenea appartenente ad ogni classe sociale, spiccando tuttavia la presenza di alcuni individui sovrannaturali o presunti tali come quattro bimbi miracolosi, due baccanti maleodoranti, una angelo con ali di cartone che saltellava ad un metro dal suolo, un vecchio tripede e Pietro in persona.

Alla fine dei due giorni quando tutta la marea di persone ebbe fluttuato per la sala funeraria del pesce ed attendeva di partecipare al funerale, occorse un’altra decina di ore per terminare le operazioni burocratiche. Cumuli di ex voto che si addossavano ai fianchi della cerna furono raccolti e catalogati per andare ad accompagnare il cadavere nella sua ultima sede e per quattro ore abbondanti si discusse se la cernia dovesse essere conservata sotto sale, sotto aceto o congelata, se dovesse invece essere cremata o sepolta, o infine rilasciata al suo ambiente naturale; dopo aspre arringhe vinse di misura il partito di chi la voleva restituita al mare affinché il suo simbolo trionfasse sul resto mortale.

Altre due ore occorsero perché la cernia tornasse nuova, infatti il suo corpo durante la visita dei fedeli era stato bonariamente saccheggiato e risultava mancante di alcune pinne dorsali, di un occhio, due denti e di altre piccole reliquie che il popolo considerava miracolose.

Quando le operazioni di restauro furono terminate il pesce tornò all’antico fulgore e allora finalmente fu lucidato per l’ultima volta, sollevato dal fianco e mantenuto in bilico con delle robuste travi di legno decorato.

Al dignità della cernia nell’affrontare l’ultimo viaggio fu considerata regale.

Il grande Tir sul quale fu montata la salma, protetta da lastre di vetro antiproiettile per evitare un ultimo dannoso assalto degli adepti era adorno di corone di fiori lagustri, piante che ricrescono vicino al mare, ai laghi salati, e l’entusiasmo dei fedeli riuscì a spostare con l’ausilio di leve e congegni meccanici la salma dal magazzino fino al carro funebre in pochi minuti.

Una folla delirante seguì il corteo funebre, che ebbe la fortuna di una giornata soleggiata, con una commozione davvero incomparabile, con pianti e preghiere intervallati, ma con la certezza invincibile dell’immortalità del pesce e della sopravvivenza nel cuore dell’anima.

La processione che era capeggiata dalle due baccanti, quasi del tutto denudate in segno di umiltà per la cernia, fu adornata da una fiaccolata votiva e da canti di gloria senza fine.

Anche le immagini televisive che diffusero in mondovisione l’evento, trasmisero senza alcun filtraggio di sorta la pietà e la commozione e nelle case le famiglie immortali bardate a lutto imitarono la tragedia con pianti, implorazioni, commenti tristi e speranzosi ad un tempo e accensioni di ceri.

Quando il tempo del pellegrinaggio fu terminato, perché si era giunti al mare, tutti i credenti si inginocchiarono in un silenzio mistico, sperando in cuor loro di assistere ad un prodigio.

Ma il miracolo non fu compiuto, sebbene pare che la cernia avesse scodinzolato impercettibilmente e che i suoi occhi per una frazione di secondo si fossero riaperti, si fossero mossi, e grazie alla compostezza della comunità il pesce santo poté imbarcarsi sulla portaerei funebre, mentre il trasporto in alto mare fu seguito su di uno schermo gigante listato di nero che trasmetteva in diretta le immagini registrate attraverso un elicottero.

Molto tempo dopo si disse e le immaginette sacre lo insegnano che l’animale mistico, la sacra dea, la grande madre il cui culto aveva assoggettato quasi l’intera umanità, regalò infine ai mortali la sua ultima manifestazione di santità quando fu catapultata in mare nello splendido volo con un meccanismo sofisticato di balestre. Essa infatti, dicono, esitò prima di ricadere nella placenta ove era nata, sospendendo in aria con una buona tecnica di lievitazione per un tempo sufficientemente lungo perché apparisse innaturale il suo magnifico corpo, splendendo sotto una pioggia fitta di sole come una perla nera, indicando agli uomini la strada della salvezza e dell’estasi, mentre i cieli in tutta la restante terra si rabbuiarono, tuonando, le campane batterono a morto e un terremoto lieve, di circostanza, smussò le crepe del mondo, ma senza sangue.

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Archivio Luglio 2005

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