LA POESIA DI ANTONIO DE MITRI
(da la pagina culturale de "Il Paese Nuovo")
E' disponibile da poco più di un mese nelle librerie l'interessante esordio poetico di Antonio De Mitri, giovane scrittore salentino, residente a Carmiano, studente di Ingegneria Biomedica a Roma. Il testo si intitola "Uno" ed è edito da Manni, nella collana "Occasioni", a cura di Anna Grazia D'Oria. "Uno" si presenta come un lavoro notevole, tenuta in considerazione la giovane età dell'autore e la complessità del lavoro proposto. Esplicative sono al riguardo alcune parole contenute nella postfazione al testo scritte da Pino Mariano docente, traduttore in lingua francese e scrittore: "il poeta non può far altro che registrarne gli orrori(delle sconfitte del mondo): la "pena capitale" del mondo globalizzato; [...] la società tecnologica che indica in prospettiva immediata una specie di nuova schizofrenia teologica; [...] la disinvolta disattivazione di tutti i principi etici - quasi una specie di anestesia morale - di fronte al mistero della vita nascente."- In effetti nella poesia di De Mitri è facile riconoscere la qualità del dissenso, e intendo di quello più acuto, sia chiaro, fatto di "altitudine" nel linguaggio e di inganno; di un poco velato disincanto, e di una forte concettualizzazione, quasi scientifica, empirica, al riguardo di argomenti trattati, che a volte rischiano di perdere aderenza e contingenza con la lingua in uso, con il senso stesso di una parola costretta a "re-inventarsi", in modo criptico, tecnicamente raffinato, ma all'apparenza, credo, fin troppo ermetico. "Uno" in questo mosaico di episodi e "riflessioni", è necessariamente l'unità matematica e tematica alla quale il poeta, che possiamo considerare "motore" dello sviluppo logico delle "manifestazioni linguistiche", fa costante riferimento nel suo viaggio, essendo il vero e proprio io narrante nell'unità del poema, o per meglio dire, alla sinossi stessa della sua storia. Questo testo composto in vario modo, e persino da haiku o in qualcosa di molto simile (non tanto a livello metrico quanto sotto l'aspetto musicale), riesce nella sua complessità, in questa sua meccanica catena (e non a caso in forma anche di "haiku") a portarsi a termine compiutamente, a centrare il bersaglio, in un raro connubio tra ispirazione e metodo. Di certo, "Uno" di Antonio De Mitri è un libro da leggere, una prova poetica che ci fa sperare bene sul futuro di questo giovane autore. Come ogni libro, anche questo necessità di attenzione, e di tempo; di essere letto con coscienza e definito con altrettanta cura, nella speranza possa comunicare al lettore, anche solo in minima parte, il senso del suo impegno, della sua vocazione.
Questo testo è apparso sulla pagina CULTURA de IL PAESE NUOVO del 27/8/05
INTERVISTA A GIANLUCA GIGLIOZZI, AUTORE DI NEUROPA.
E’ da poco disponibile nelle librerie il romanzo d’esordio di GianLuca Gigliozzi dal titolo “Neuropa”, edito per i tipi della Luca Pensa Editore. Un testo godibile, complesso, un vero e proprio romanzo minestrone, definito dallo stesso autore un “poema epicomico in prosa”, opera questa collocata all’interno della collana AlfaOmega diretta da Stefano Donno.
Considerata la qualità del romanzo, e la “singolarità” di Neuropa nel contesto dell’editoria salentina generalmente avara di capolavori (o spesso solo di lavori soddisfacenti): la prima curiosità che vorrei fugare è quella della pubblicazione. Qual è stato l’iter che ha portato il suo testo a diventare una pubblicazione per la Luca Pensa Editore?
- La Luca Pensa Editore è la quinta casa editrice a cui ho inviato Neuropa. Amici scrittori mi avevano consigliato di inviarlo solo laddove conoscessi qualcuno che potesse fungere da intermediario tra me e la casa editrice. Sono arrivato alla Luca Pensa attraverso una serie di passaggi graduali. Nel settembre del 2003 ero a Milano; una sera, alla Festa dell’Unità, un mio amico, il poeta e studioso Andrea Inglese, mi ha presentato Mario Desiati, il poeta/romanziere pugliese che è anche redattore di Nuovi Argomenti. Desiati stava cercando dei narratori eccentrici per un numero della rivista. Gli inviai il testo dopo un po’, e lui lo lesse con molto interesse, comunicandomi alcune sue (ragionevoli) perplessità. Dopo qualche mese Desiati ha “passato” il mio nome a Rossano Astremo, che allora collaborava con Tabula Rasa, e che era alla ricerca di narratori irregolari, “non generazionali”, “massimalisti” per un numero della rivista edita da Besa. Grazie a Rossano, con cui poi è nata una bella amicizia “di penna”, sono arrivato a Stefano Donno, il direttore delle collane di scrittura “artistica” della Luca Pensa Editore. A Donno il libro è piaciuto molto, addirittura l’ha interpretato come una versione romanzesca e trans-moderna della hegeliana Fenomenologia dello Spirito. Si potrebbe dire quindi che ho pubblicato anche un po’ grazie ad Hegel!
Quali sono i riferimenti letterari che l’hanno spinta a questa scelta, ed a prodigarsi una simile idea di romanzo come teatro del mondo?
- Ho impiegato diversi anni per focalizzare bene cosa volessi davvero da questo testo che andavo faticosamente componendo. Ci ho lavorato sodo dal ’96 al 2001. Poi l’ho riscritto prima di darlo alle stampe. Davvero, come dice Yourcenar, scrivere è brancolare nel buio, peraltro per uno che scrive seriamente (e non per essere accattivante) questo buio è fondamentale, bisogna procurarsi questo oscuramento, solo così a poco a poco si può sperare di giungere a vedere qualcosa della realtà con occhi diversi. Più andavo avanti nel lavoro estenuante di scrittura e ri-scrittura, più capivo che quello che mi interessava e che m’interessa è un’idea di letteratura come forma di conoscenza del reale e non come auto-espressione, come la si intende perlopiù oggigiorno. Conoscenza del reale, lo sappiamo bene grazie alla fisica e alla filosofia, non vuol dire conoscenza oggettiva; anzi il soggetto individuale che conosce ed esperisce è direttamente implicato nel mondo esperito; lo sguardo rimodella il mondo nell’atto di vederlo.
Quindi è stata quasi come raccontare le prospettive di una vita…
Ogni vita è un esperimento, ma la vita non basta a se stessa, ha bisogno di vedersi in forma, e dunque ecco uno dei significati profondi dell’arte: mettere la vita in forma, non esibirla per sbrodolare al prossimo le proprie impagabili emozioni, ma cercare di darle un senso. Questa è la grande scommessa, sistematicamente tradita da una letteratura spesso asservita al dominio spettacolare e al Totem delle Piccole Emozioni Quotidiane, anche quando “antagonistica” nei contenuti.
Cosa c’è in Neuropa di diverso?
Neuropa parte dall’ipotesi sperimentale per cui se i fondamenti della modernità sono storicamente identificabili con la nascita della scienza moderna (XVII sec.) e del pensiero democratico (XVIII sec.), allora anche le storture e l’opacità del presente possono in qualche modo essere fatte risalire a quel punto originario.
Come nasce l’idea di IO, il protagonista del romanzo?
L’idea del protagonista IO nasce proprio in relazione a queste tensioni tematiche: IO non ha un nome (se ne ricorderà solo alla fine della storia) proprio perché è disponibile ad assumere ogni identità, a identificarsi come direbbe Nietzsche, con “tutti i nomi della Storia”. E’ ossessionato non a caso da un’alterità assoluta, da un soggetto demoniaco e beffardo che a sua volta è metamorfico, ineffabile, paradossale come lo Spirito del Tempo. In pieno Seicento e Settecento queste sono già prefigurazioni del moderno, di una modernità intesa nel senso di Marshall Berman, come tempo storico instabile, ambiguo, in cui tutto è contaminato con tutto, in cui vivere e comprendere la realtà diventa sempre più difficile. Per dare forma a tutti questi grandi temi della coscienza e della storia europea, sempre connessi al problema dell’individuo e del destino, non potevo certo usare una struttura e una forma tradizionali, lineari, trasparenti, come nel romanzo storico che va sempre di moda.
Ne consegue allora, una presa di posizione contraria al romanzo storico…
Il romanzo storico è una vera impostura, ci da’ l’illusione di ricostruire un ambiente scomparso, un tempo inabissato, solo per favorire l’evasione in mondi colorati, dai confini scenograficamente determinati. Neuropa, almeno nell’intenzione, rifiuta questa prospettiva sminuente e la rovescia: il passato è qui utilizzato per capire meglio il nostro presente.
Ci sono dei riferimenti precisi al riguardo che l’hanno aiutata nella scrittura sia a livello argomentativo quanto stilistico?
Grazie al supporto del Marat/Sade di Peter Weiss (l’idea dello spettacolo teatrale di De Sade), ho architettato una struttura polifonica che mi ha permesso di gestire una materia alquanto complessa e multiforme. Per trovare questa forma sono stato aiutato dai modelli settecenteschi di Laurence Sterne (il Tristram Shandy, l’opera letteraria più geniale che forse abbia mai letto) per lo stile divagante e liberissimo; e di Jonathan Swift (I Viaggi di Gulliver: il libro più nero che sia mai stato scritto, al cui confronto la satira contemporanea è cosa assai sbiadita) per il trattamento fantastico del tema dell’utopia e dell’ambiguità della ragione. Ma sono andato anche più indietro, col Baldo di Teofilo Folengo e col Gargantua e Pantagruel di Rabelais, per la comicità legata alla bassa corporeità, alla materialità meschina o degradata. Naturalmente rispetto a questi autori io sono un nano; però penso che sia proprio quella la tradizione, o meglio la “famiglia” romanzesca, a cui Neuropa fa riferimento. Nel testo poi intervengono altre suggestioni letterarie, per esempio il genere picaresco del Seicento (a parte il gigante Cervantes, anche Quevedo, Velez de Guevara, ecc…).
Visti tutti i riferimenti, ne scaturisce una precisa idea dell’arte come necessario artificio…
- Si sarà capito a questo punto che della spontaneità non so che farmene. E’ una mistificazione romantica travasata oggi nel non-pensiero televisivo, promossa dai mediatori dello Spettacolo Totale che vogliono un’arte addomesticata, innocua, che rispecchi la rappresentazione di un mondo atomizzato, in cui ogni cosa ed esperienza deve stare per conto proprio e le connessioni tra le cose, le persone e i fatti siano e restino offuscate, vaghe. Ma l’arte non deve essere innocua, né spontanea. L’arte è artificio, e rapporto con una tradizione, con un repertorio di stili, forme e temi. Lo è sempre stata. Oggi poi più che mai ha il dovere di contrastare la visione atomizzata del reale che ci restituiscono media e mediatori, quella visione che ci fa sembrare normale scordare in pochi giorni le imposture di un politico o di un dirigente. E questo può farlo solo attraverso i suoi mezzi specifici, cioè degli artifici, utilizzati in maniera consapevole e rigorosa, e non con la spontaneità o con l’estetica/retorica facilona e furbesca delle emozioni.
Qual è il vero messaggio nascosto, se c’è, nelle pagine di Neuropa, una scelta che lega gli innumerevoli episodi narranti, forse l’essenza del protagonista IO?
- Non c’è un messaggio nascosto in Neuropa; e se ci fosse, spetterebbe in ogni caso al lettore scoprirlo. Il messaggio s’impone, ha qualcosa dell’indottrinamento. Io non voglio insegnare niente! Eccola un’altra fissa dei letterati d’Italia, voler sempre insegnare qualcosa. Edificare. Che noia! Se invece per messaggio intendiamo una sintesi molto elementare del contenuto concettuale del libro, direi che vi trapela senz’altro un’idea (alla Stephen Dedalus) di Storia come Incubo. Ma non è che sia tutto qua. Un libro degno di questo nome deve avere qualcosa della vita: e della vita non possiamo dire solo che è uno schifo, o solo che è una meraviglia.
Quali sono gli autori e i testi che maggiormente l’hanno interessata come lettore ed indirizzata nel panorama della narrativa italiana contemporanea?
- Dei modelli di Neuropa ho già parlato. Naturalmente sul libro hanno influito anche le mie letture appassionate dei grandi narratori ottocenteschi (Laforgue, Carroll) e novecenteschi, in particolare i modernisti del ‘900 (Kafka, Musil, Joyce) ma anche molti italiani, tra cui: Landolfi, Gadda, Volponi. Si è rivelata fondamentale, per chiarirmi le idee, la lettura degli straordinari saggi sul romanzo di Milan Kundera, in particolare L’arte del romanzo e I testamenti traditi. Per quanto riguarda la narrativa italiana contemporanea non sono aggiornatissimo, e del poco che conosco non sono entusiasta. La macrostruttura del mio libro potrebbe ricordare per certi versi quella dei Canti del Caos (1) di Antonio Moresco, un autore che stimo molto, e che è stato anche uno dei miei primi lettori quando il testo girava in fotocopia! Da un anno a questa parte le cose stanno un po’ cambiando in Italia, invece dei soliti narratori di piagnistei generazionali e dei conformistici cultori del pop/pulp/trash, stanno venendo fuori autori con una forte coscienza formale ed etica: Casadei, Lagioia, Meacci, Colombati, Parente. Per loro, però, a quanto ho capito, è imprescindibile il modello del romanzo post-modern americano, in testa Foster Wallace. A me invece interessa soprattutto la tradizione europea o sudamericana: da autori come Guimaraes Rosa e Cabrera Infante c’è ancora molo da imparare!
Cosa si aspetta dal futuro, e cosa ne pensa del piccolo successo “critico” ottenuto da Neuropa?
- Il libro è stato appena lanciato. I primi riscontri sono positivi, ma siamo solo all’inizio. Vedremo cosa ne sarà. Il vero problema è che in Italia non è diffusa una autentica capacità di ascolto, si pubblicano troppi libri, si è come travolti, pochi si arrischiano a fare il punto della situazione, a disegnare un paesaggio; i criteri di giudizio diventano sempre più soggettivi, c’è una dispersione incredibile, il canone risulta polverizzato. Ci si riesce ad affermare (per qualche mese) solo alimentando dibattiti feroci o usando etichette come armi improprie. Penso al caso di un libro bello e importante come Il suicidio di Angela B. (2003) di Umberto Casadei: chi se ne ricorda già più? E’ come se la “società letteraria” vivesse della stessa smemoratezza fatale che affligge tutto il Paese.
Ci tocca sperare nei posteri allora?
- Speriamo di no!
ANGELO PETRELLI
by angelopetrelli
questo è il quinto appuntamento con IL FOGLIETTONE rubrica di letteratura a puntate a cura di Angelo Petrelli per IL PAESE NUOVO quotidiano del salento
Santi liberi tutti
di Manila Benedetto
Zero.
La prima volta era verde.
Non so di preciso come lo fosse diventata, ma la prima volta era verde. Un verde vivo, un verde abbagliante, potrei dire fosforescente.
Mi spostavo adagio, attratta da quel verde, eppure spaventata. Dove mi avrebbe portata non lo sapevo, ma non potevo far altro che seguirlo, per un atto di fede, che nient’altro mi rimaneva che aver fede in quel colore. In fondo il verde ha sempre rappresentato la speranza
E la prima volta Lecce era verde.
Uno.
Camminavo con la testa in su, cercando di non inciampare nei miei lacci.
Non cercavo nessuno dei posti conosciuti della città, ma solo quella piazzetta di cui mi aveva affascinato il nome. Piazzetta della Luce.
Ci si riempiva la bocca nel pronunciarla, non come i soliti nomi di guerrieri e condottieri, o di anonimi personaggi locali. Piazzetta della Luce aveva un che di mistico e sensuale, che mi attirava.
La cartina di Lecce l’avevo presa e poi persa, chissà dove. Non mi restava quindi che affidarmi ad un colpo di fortuna e tirare ad indovinare, con la moneta che mi aveva regalato G. qualche tempo prima, le direzioni da seguire, le strade da percorrere.
Siamo in fondo solo viaggiatori che seguono delle mete spesso sconosciute. E se io ero arrivata a Lecce così, alla ricerca di quella Piazza, una motivazione ci doveva essere, anche se allora mi era sconosciuta.
Anche quella prima volta, quando vidi Lecce accogliermi verde fosforescente, non conoscevo il motivo per cui ero arrivata fin lì.
Eppur ora sì, so tutti i perché.
Di sette strade che mi si aprirono davanti, ne percorsi tre.
Di tanto in tanto incontravo sulla mia via della gente dal volto oscuro, che guardandomi con compassione muoveva il capo in un gesto dai vaghi toni di stizza.
Non ero poi così diversa da tutti gli altri, lì. Eppure non capisco perché solo a me guardassero tutti, perché solo io attiravo la loro attenzione.
In fondo chi ero? Si erano dimenticati di me da anni. Un tempo sì ero conosciuta. Ero una persona influente, tutti mi temevano ed allo stesso tempo mi amavano. Di un amore puro, affatto carnale, un amore divino.
Poi si erano dimenticati della mia esistenza, ed ero finita per essere una qualsiasi. Certo a volte, come quel giorno, mi vestivo ancora alla maniera antica, davo loro un’opportunità di riconoscermi. Ma solo alcuni, i più anziani, ricordavano vagamente chi fossi. Era passato così tanto tempo dall’ultima volta che avevano parlato di me, che mi scambiavano per un’allucinazione.
E così quel giorno, a distanza di anni dalla mia ultima apparizione popolare, me ne andavo per le strade di Lecce alla ricerca di una piazzetta,
La gente mi guardava, mentre io nel mio manto rosa, nascosta dal velo azzurro, fingevo un’indifferenza beata, e cercavo di non schiacciare i lacci delle mie vesti che mi intralciavano il cammino.
Non lo facevo da molto, ma non potevo più starmene ad aspettare. Rischiavo davvero di essere dimenticata per sempre.
Due.
Qui a Piazzetta della Luce si vive bene. Non ci sono scocciatori, né agiografi o preti, non ci sono crociati, inquisitori, e tanto meno i mangiapeccati. Qui stiamo bene. Ogni tanto viene a trovarci qualcuno che si ricorda ancora di noi. Non chiedono i nostri servigi, di quelli pare che tutti si siano dimenticati, spesso chi viene qui vuole solo sentirci raccontare quelle vecchie storie che nessuno narra più, le storie dei santi, del diluvio e del paradiso.
Oggi è venuto il ragazzino che mi riconobbe il giorno in cui arrivai la prima volta nella Piazzetta.
Ero per la terza strada di Lecce, terza di sette che mi era dato percorrere, l’ultima, quella esatta, ero nei miei vestiti rosa e azzurri, e camminavo adagio, schivando gli sguardi dei curiosi, e quelli di chi mi scambiava per un’allucinazione.
Il ragazzino, avrà avuto non più di 13 anni, mi vide e con un gesto impulsivo, si inginocchiò.
“Madonna mia”, disse sottovoce, porgendomi una mano.
Il mio primo istinto fu quello di nascondermi, fingermi pazza, una pazza scappata da un manicomio e che se ne andava in giro vestita come Maria Santissima, solo per un disturbo mentale. Ma nello sguardo di quel ragazzo, dopo anni ed anni, rividi il mio nome pronunciato veramente.
Gli porsi la mano e lui la baciò, poi lo feci alzare e gli chiesi di accompagnarmi alla Piazzetta della Luce, dove avrei trovato riposo, temprato le membra, lavorato alla mia rinascita.
Lungo la strada mi raccontò della sua vita e di come fosse l’unico rimasto a camminare tra la gente, continuando a ricordare tutto di me e di loro – disse indicando un portone dove campeggiava la scritta “Bordello”.
Tre.
Nel Bordello di Piazzetta della Luce ci dedichiamo ad un gioco perverso, io e i miei compagni. Siamo in tanti, quasi tutti, mancano ancora Santa Teresa, che probabilmente ha preso altre strade già prima di noi – in fondo lo sapevamo che era un po’ strana, e quelle estasi poi, tutte fandonie, non avevano un bel nulla di divino - e Santo Stefano, che è alle prese con le pratiche burocratiche per essere ammesso qui nonostante le frecce, perché qui una delle regole fondamentali che ha imposto Madame Maddalena è l’interdizione assoluta all’entrata di armi. Il massimo che ci è permesso avere sono gli attrezzi da lavoro.
Il Bordello di Piazzetta della Luce è rinomato a tutti per essere il migliore d’Italia. Nessuno, da fuori, sa com’è dentro e cosa succede dentro. Né chi lo gestisce o chi sono i membri che hanno accesso. Neanche i clienti sono ben chiari. C’è anche chi dice che chi entra qui non ne esce più normale. Non come prima.
In verità sì, non sono solo dicerie.
All’inizio non ci credevo nemmeno io, ma poi.
Oggi il ragazzo è tornato a farmi visita, sfogandosi un po’. Dice che fuori è uno schifo, che peggiorano di giorno in giorno. Che la memoria è sempre più labile e che presto si ricorderanno di noi solo per le barzellette sui miracoli.
Si chiama Gesù, lui. Lo so, non ci credete. Ma non avrei motivo per mentirvi.
Gesù dice che questo è il luogo migliore che ci potesse capitare per riprendere la nostra vita, e che prima o poi verranno da ogni dove a cercare qui l’illuminazione.
Lux Mundi. Me la ricordo la scritta che ci siamo sempre portati dietro io e lui in tutti gli anni passati. Ah, sì, se la ricordo. E come potrei dimenticarmi quante volte ho riso nel cercare di identificare un tratto che mi somigliasse davvero su quelle statue.
Però, erano bei tempi quelli. Bastava un pupazzo da portare in processione per crederci davvero. Poi hanno iniziato a cercare di più, sempre di più, e non siamo più bastati noi. E pensare che l’insegnamento è sempre stato semplicissimo: avete tutto dentro di voi. Bastava solo un po’ di disciplina. Ma come fa l’uomo ad accontentarsi di se stesso, quando si illude di poter avere l’infinito?
Adesso è finita. Finita la loro pacchia. Noi ci siamo reclusi qui, viviamo bene, siamo tutti fratelli. E loro vengono da noi per trovare quello che hanno perso: il piacere.
E noi glielo diamo. Oh certo. Un piacere unico. Un piacere che non proveranno mai più nella loro vita, e di cui non si pentiranno mai.
Gente, venite a provare il piacere della vendetta.
Della nostra vendetta.
Infinito.
La prima volta Lecce era verde fosforescente. A volte la guardo ancora dal triangolo di luce delle mie finestre, qui in Piazzetta della Luce, e mi rattristo per tutti quelli che non la vedono veramente.
La prima volta Lecce era verde fosforescente, perché mi aspettava Aspettava la speranza. E sono arrivata.
Per tre volte i santi hanno “fatto la conta”.
La prima volta Lecce era verde, ma cambierà colore. Perché i santi hanno smesso di giocare a nascondino.
E domani io libero tutti.
Questa è la pseudo-introduzione che qualche mese a dietro scrissi per un lavoro UN BREVE SAGGIO che mi fu richiesto da un caro amico per la rivista telematica che dirigeva( e dirige). Posto il breve scritto dal quale ho volutamente omesso il nome della rivista telematica confidando nel fatto che sempre e comunque i pochi che la leggeranno capiranno immediatamente di chi e cosa si sta parlando. buona lettura.
La qualità della scrittura
di Angelo Petrelli
Nota introduttiva dell’autore
Questa nota ha lo scopo di essere una dichiarazione di poetica critica e di introdurre nel modo giusto (o possibilmente tale) i brevi commenti per autore della sezione X di X.it contenuti in questo saggio. Questo scritto ha la funzione di tirare le somme di quasi un anno e mezzo della libera proposta poetica da parte di lettori scrittori e scriventi vari della rivista, non a caso, questo è un tentativo di esordio per chiunque si voglia cimentare nella scrittura poetica. Premesso questo, mi interessa definire quale muro è stato posto a difesa della coerenza e qualità della rivista, personalmente da me in questo intervento, e da tutti coloro che credono nel progetto X, e inoltre mi interessa illustrare quale funzione reale abbia questa critica. La scelta di proposta, la mia intendo, è realmente quella di agire all’intero di un meta-commento, poiché occupandomi tecnicamente di ogni singolo autore colgo l’occasione per approfondire nel merito e rivelare (per quanto mi è possibile) quali sono le regole del gioco. Non mi interessa, d’altro canto, situare o collocare l’autore nel quadro della critica, ma fare della critica necessariamente asettica e distaccata dal macrocosmo storico-letterario contemporanea, poiché altrimenti il mio sforzo sarebbe impossibilitato ad avere una qualsiasi valenza o qualità di contesto. Facciamo finta che X sia l’unica monade conosciuta e conoscibile. Leo Spitzer probabilmente il più autentico e lucido esponente della critica stilistica ci ricorda che la critica ha peculiarmente una funzione apologetica e nasce come tale nei confronti di un testo; e ha, non a caso, senso di giustificazione nascendo in sé auratica e sacrale, poiché il testo rivela, come una bibbia sulla quale non ci è dato discutere: ma credere o non credere eventualmente. Mischiando nuovamente le carte mi propongo in questa analisi a ciò che voglia sfuggire, ad una constatazione coerente degli eventi, per dare al lettore un’antirivelazione. Questo è un mio pormi in una critica accertativi e non valutativa poiché il primo gesto di un commentatore è citare perché le citazioni dovrebbero parlare da sole nella loro immediatezza. Nessun discorso critico può essere all’altezza delle sue citazioni (altrimenti invece di essere un commento sarebbe un testo con le sue invenzioni). Di base mi posso definire in una posizione di scontro nel confronti del mito della poesia «pura» e di ogni religione della poesia o del bello o teologia poetica, contro il sublime di qualunque poetese ed ostile alla morbosità di una poesia «poetica». In verità credo in un testo che sia nel suo contesto di origine e di intento un prodotto dotato di inappuntabile «pienezza comunicativa», pienezza necessariamente relegata nel giusto contenitore lingua. In questo è più che facile evidenziare la bassa latitudine materica o materialistica di questa operazione ideologica. Facendo di necessità virtù in questo lavoro ho dovuto con certe accortezze rivalutare l’integrità della più tendenziosa sintesi. Questa è una auratica e sacrale difesa della qualità della scrittura presente su questa rivista, che per quanto soggettiva, la mia opinione, non è altro che il commento di un commento possibile il più banale a questi testi, l’unico modo di dissacrarli e liberarli dalla propria santità e rendere il lettore, se non si offende, in questo, mio complice. Buona lettura.
La guerra civile, presentato l’ultimo libro di Giovanni Pellegrino
(pubblicato nella pagina culturale de Il paese nuovo)
E’ stato presentato Venerdì sera al Lido York di San Cataldo il Libro edito Bur nella collana futuropassato, “La guerra civile”, scritto da Giovanni Fasanella e Giovanni Pellegrino. La serata è stata presentata da Raffaele Gorgoni giornalista di Rai 3, e ben noto narratore con il suo “Lo scriba di Casole” successo editoriale dell’estate 2004 edito Besa. L’incontro tra il pubblico e l’autore Giovanni Pellegrino, si è svolto in uno scenario insolito, il pienone di presenti alla serata, rara condizione per un evento culturale sul nostro territorio, a meno che non si tratti di folclore, era altrettanto ridicolo al confronto della fiumana di gente che occupava la strada di fronte al Lido per la festa locale, ed il continuo via vai di camerieri al lavoro donavano alla serata un inaspettato dinamismo, un ulteriore distrazione per il pubblico. La musica che proveniva dalla strada e dalle giostre distanti solo poche decine di metri impediva a momenti la giusta ricezione della parole doppiando la voce dei relatori con gli ultimi successi dell’estate pop; dapprima il moderatore relatore Gorgoni, poi l’autore e Presidente della Provincia Giovanni Pellegrino hanno intrapreso il racconto, il loro raccontarsi fatto anche di aneddoti, divagazioni di sorta, storie di amicizie e di vita; introduzione dei due, questa, in grado di esplicare ai presenti il senso e il messaggio dell’impegnativo testo presentato per delineare in grandi linee l’importanza del lavoro e la collocazione politica dello stesso nella “singolare” Italia del dopoguerra. Il libro presentato, La guerra civile, si introduce da sé, la classica copertina Bur, ben esplicativa e ficcante riporta più che un titolo una vera e propria tesi introduttiva correlata dall’inquietate interrogativo retorico sul quale verte l’intera trattazione del libro: “Da salò a Berlusconi, perché in Italia la guerra fredda non si è ancora conclusa? I protagonisti e le storie di uno scontro che dura da più di sessant’anni”. Il libro cerca in qualche modo di definire le responsabilità storiche che hanno permesso ad un imprenditore dallo strapotere mediatico come Silvio Berlusconi di arrivare alla guida di una nazione democratica, l'Italia, il paese della perenne ed ingiustificata contrapposizione degli schieramenti politici, l’unica nazione occidentale dove si può parlare apertamente in democrazia “di nemici” tra destra e sinistra. Giovanni Pellegrino risponde all’interrogazione iniziale, indagando le zone d'ombra della nostra storia repubblicana e dell’inquietante genesi di una guerra civile mai conclusa: tra fascisti e antifascisti prima, comunisti e anticomunisti poi; e ancora, in tempi recenti, tra garantisti e giustizialisti, berlusconiani e antiberlusconiani. Una frattura che di fatto ha generato due Italie parallele e dato luogo a frange di ottuso estremismo. Per certo un libro da leggere questo, presentato in una serata, per altro come raramente accade nel salento, fuori da celebrazioni di sorta, atteggiamento dovuto in primis, credo, alla coerenza e alla serietà dell’autore ed dei contingenti partecipanti alla discussione.
Questo è il quarto appuntamento con IL FOGLIETTONE rubrica di letteratura a puntate per IL PAESE NUOVO a cura di Angelo Petrelli
i racconti di Elisabetta Liguori
ANGELI
Se hai sette anni, è vacanza. Di qui, di là, senza una miseria di cugino, che ne so io; su o giù, di qui, di là. Non so se poi te la ricordi dopo dieci anni, ma è vacanza comunque. Nello zaino ho messo sei beyblade, primo fra tutti quello di Aquila Rossa ed il portafogli nuovo del compleanno con i soldi di carta dentro. Ho fatto pure due tatuaggi ad acqua nuovi, nuovi. Quest’estate ho sette anni in Puglia. Niente festa, tanto si parte. Si era detto non più viaggi all’estero. Mia madre aveva detto: basta, sono stufa d’aerei tutto l’anno e il passaporto, e il cambio moneta, e l’Europa blabla; basta lingue straniere, basta giornali, mi devo rilassare quest’anno. Dice che questo posto è come un Aulin. Il Paradiso, dice. Così restiamo davanti a mille pietre impilate. Cerrate,
Che aspettiamo? Si può visitare si o no? Intanto quello continua a cigolare come una volta il gatto rimasto intrappolato nel motore. Uguale. C’è un silenzio che sembra una spugna di mare o un uovo sodo e poi questo lamento. Facciamo qualche metro in avanti, mentre mia madre si siede gobba su un masso senz’ombra. Basta: ritorniamo alla macchina che brucia, portandoci dietro di peso anche mia madre, sgonfia, con gli occhiali da sole sulla punta del naso. Si sta arrendendo, lo so.
Ci avviamo sulla strada provinciale 100: due corsie risicate. Passa una fiat ogni quarto d’ora. Che roba! Di quelle veloci, non riconosco le marche. Se mi annoio, non mi concentro e non riconosco le marche, ma solo i colori. Bianco, e quel poco di giallo a momenti. Macchine e luce in paradiso.
- Ci sono due tipi lì; chiediamo informazioni, papà! – Quali tipi? – Ci sono due all’inizio della strada, là, papà.- Ma se non c’era nessuno? – Là, dentro al sole, papà. –
Lui strizza la fronte e ne spreme un rigagnolo denso.
Così si materializzano due tipi bianchi di calce; i saldali e le buste di plastica in mano, i capelli di colla sono un blocco unico con il cranio. Prima non c’erano e poi sì. Si può chiedere a loro come mai è chiusa l’abbazia di sabato mattina. Si può? Papà gratta la retromarcia ed alza un polverone da circo. Manovra pericolosa, però non glielo dico quando è nervoso e suda così. Meglio che non si renda conto. Quando ci vedono, quei due cominciano a sorridere, agitandosi nei sandali. Scende papà dalla Toyota; io scendo pure, ma senza lo zaino.
– Noi albanesi di Tirana. Passaggio a noi fino a Squinzano? –
I due vogliono uno strappo per ritornare a casa. E’ andata male: stranieri. Loro, invece, sorridono pieni di fiducia. Italiani, turisti, italiani. Evvivaevviva. Siamo trevigiani noi, non ci dite nulla, non ci fate nulla, per carità: qui non c’è neppure campo con
- Diciamo noi strada, se c’è macchina. C’è macchina per andare? -
E sì! diciamo noi. La macchina c’è, ma perché il monumento è chiuso? Vediamo che rispondete voi, albanesi. Chiudi una chiesa così, con quell’atrio, con quel colonnato, con quell’atmosfera? Tu, penna bianca, perché è chiusa la chiesa? I due aprono in risposta un sorriso, come un ponte tibetano srotolato su un mare di denti gialli.
- Si, chiuso, chiuso; custode in ferie ad agosto. Solo albanesi lavora ad agosto. Noi costruisce muro. –
Tremola appena un po’ quel ponte d’emergenza. Muratori d’agosto. Finito il turno, con l’incarto del panino e la bottiglia vuota nella busta, tornano a casa.
- Salite in macchina. Andiamo. -
E’ mio padre che parla, cavoli! Parla e sorprende, flot, flot, con le ascelle che gli si inondano di sudore quando pensa a come spiegare la situazione a mia madre. Lei si tura il naso. Albanesi in macchina! Prima uno, poi l’altro. Borbottano pezzi di parole piene di zeta e di chi. Frusciano e scattano come lucertole impolverate. Per me c’è il sedile dietro, tra i due, tra i denti ed i nasi. Sposto lo zaino e loro lo guardano. Capre ha sussurrato mamma, ma io l’ho sentita. Non conosco le capre, quindi annuso. Una mistura di vernice e basilico, vecchia di giorni, e scarpe di gomma. Pure di birra, mi pare: si sente l’alcool amaro che sta fermo nelle pieghe del collo e dietro le orecchie. Ristagna come in un sottovaso. C’è pure odore d’olio e pomodoro. Non sono una cosa semplice gli odori: questi qui occupano tutto lo spazio che c’è, ma si può essere più precisi di così. Ho tutto il tempo per scegliere gli ingredienti, da qui fino a Squinzano. Senza cartina.
- Signora nervosa per chiesa chiusa? No, signora non essere nervosa, vai a fare il bagno a mare oggi. Aaah, bello mare! –
Mia madre non allontana le narici dal finestrino spalancato. Il suo naso è una freccia che punta lontano, mentre già pensa ad una farmacia in zona.
- Gira per favore, tu giri qui. - Dove? – Gira. Molto bene. Vedi casa? Noi stanza per agosto, poi andare a Milano per muri. O Brescia, forse, o pure Macerata. A ottobre. -
Arriviamo in fretta, anche senza cartina. Scendono. Mia madre inspira ed espira, come si fa per l’aerobica.
Uno dei due ringrazia mio padre. Ci pensa e poi pesca dalla sua busta qualche altra parola. Parla di nuovo, dopo il silenzio del viaggio.
- Torna domani, domenica; chiese domenica aperte! –
L’altro, serio, si rivolge a me, offrendo la faccia e una mano grigia. Sì, sento proprio il basilico, quello in piantine.
- Ciao a te, bambino; non dimenticare: io, Anghel!-
Lascio che si allontanino con i loro bermuda a scacchi. Ci mettono un paio di minuti ad uscire dal quadro. Ciao.
- Ma tu, dico, ti metti a bordo chiunque, Giorgio, tu? Proprio chiunque. Sei matto? No, dillo. Andiamo va, andiamo, che fa caldo. – Perché, scusa? – Perché?! Mi chiedi perché? Se ci succede qualcosa vuol dire che te la sei voluta; è chiaro no? Non puoi prendertela con nessuno, poi! Colpa tua. -
Ma non succede nulla, niente di niente. Neppure dopo. Adesso è chiaro. Angeli albanesi con i bermuda. Sono dappertutto, peggio dei muri. Ad ognuno il suo. Passa l’angelo e zac: resti come sei. A questo punto, io onestamente non so se posso fidarmi.
IL REGNO DI SORTERANNE
Non era poi tanto tempo fa. C’era un regno, una volta c’era - che meraviglia - adesso non più, era un piccolo regno nel mezzo di una valle fertile chiamato da tutti “Regno di Sorteranne” perché fondato in anni di fortuna e prosperità.
Ci vivevano agricoltori, fattori, artigiani con le loro famiglie e animali di tutte le razze. E molta altra gente ancora ci veniva da lontano: scendeva a valle richiamata dall’eco della felicità. C’era ovunque una grande allegria ed una discreta ricchezza, come in un carosello.
I più lieti sembravano essere proprio gli animali: producevano latte, formaggio, panna, uova e, da queste, i gelati in grandi vasche per i bambini più golosi.
Come spesso accade quando di regni si tratta, la fortuna di Sorteranne la si doveva alla politica illuminata del suo Sovrano, che viveva in una reggia color crema costruita nel centro della piazza. Era proprio lui, Alcide detto “ Il verde”, che aveva redatto leggi e costituzione, editto per editto. Uomo di fantasia ed ottimismo, questo Alcide, amante degli animali e del loro odore buono. Un posto d’onore era riservato ai cani; gran simpatia pure per le tartarughe di terra, rispetto e devozione per tutte le bestie in genere, che si rinnovava ogni anno a febbraio alla chiusura dei bilanci da parte dei tesorieri.
L’ultimo dettame monarchico risaliva a pochi mesi prima: disponeva sanzioni severissime per tutti coloro, adulti o bambini, che fossero stati scoperti a far del male ad un animale qualsiasi, a strappargli le piume, a bucargli il carapace, a fargli dispetti crudeli, pizzicargli il muso o le zampe. Per questi violatori era prevista la pena spaventosa del “ pozzo nero”: il condannato veniva calato con grosse funi in fondo ad un pozzo pieno d’inchiostro, così nero e profondo da non intravedere il cielo, così freddo da buscarsi un raffreddore. E lì rimaneva tra le ombre molto, molto a lungo.
Un giorno pieno di nuvole gialle, un drappello di guardie, che faceva la ronda nei pressi della contrada “Ruscello rosso”, notò un bambino in atteggiamenti sospetti: rincorreva tre oche nel giardino con uno scaccia mosche in mano.
- Questa volta siete arrosto! …Camilla, Fiorenza e Chiarina, oggi finite a frittatina. –
Mentre le gazze sui rami intorno facevano il coro.
- Ina, ina …ohoooooo. Ina ..ina ..ohoooo. -
Le guardie non persero un minuto di più: catturarono il bambino, lo infilarono in un grande sacco, lasciando le pennute a starnazzare, e lo portarono al cospetto di Alcide Il verde.
- Allora guardie, raccontatemi quanto avete visto con i vostri occhi ed udito con le vostre orecchie –
Disse il sovrano alle guardie, che se ne stavano serie serie con un berretto in testa, che ricordava la cresta di un gallo. I fatti furono riferiti per filo e per segno e fu steso un verbale, difficile da leggere. Il Sovrano Alcide, disgustato all’idea di una frittata di oca o di un patè, decise di mandare il ragazzino davanti alla corte del giudice Gigi detto “ Ultima parola” per la convalida del fermo e la condanna. Il palazzo della giustizia era in cima ad una collina poco fuori dai confini del Regno. Un posto senza vento, con stanze, stanzoni e stanzette ed una bandiera in cima ad una torre, che non sventolava mai. Palazzo di gran noia e cartacce, in cui lavoravano uomini di cultura, gran giocatori di briscola, ma senza il pollice verde. Da tempo qui non succedeva un bel niente. Il giudice quindi, libero da altri impegni, visto il bimbo in faccia, subito parlò: trenta giorni di pozzo nero. Senza difesa, senza testimoni, senza appello.
- Ben ti sta. -
- Ma sono solo un bambino! –
- Meglio, avrai più tempo e fantasia per comprendere i tuoi errori. –
E si alzò il vento sul palazzo, finalmente.
La sentenza venne immediatamente eseguita e comunicata agli ignari genitori, che in quel momento si trovavano a piantare spinaci nei campi. Fu smisurata la loro disperazione.
- Il nostro unico figlio nel pozzo: deve trattarsi di un errore. Corriamo dal Sovrano a chiarire ogni cosa. -
Ma Alcide fu irremovibile.
- Vostro figlio minacciava di morte tre povere oche indifese. E poi ormai il caso è passato nelle mani della Giustizia. Non posso fare più nulla, neppure a volerlo. Certo… se lo volessi, forse, ma non lo voglio. Né io, né il mio giudice. Non vogliamo, no e poi no! –
Provarono a spiegargli che il loro piccolo, poiché figlio unico, non aveva nessuno con cui passare il tempo e gli animali erano i suoi unici veri amici. Era loro abitudine giocare così, mimando battaglie immaginarie, fingendo guerre e terrore, per rendere più ricche le loro giornate.
- E perché un solo figlio? Figli e animali sono ricchezza. Bisogna fare figli! Lo vuole il re! –
- Non abbiamo tempo per altri figli; siamo troppo occupati con il lavoro nei campi, nostro Grande Alcide. Non è nostra la colpa. –
Parlavano, piangevano e si inchinavano.
- Vostro figlio si diverte, d’accordo, ma cosa mi garantisce che anche agli animali piaccia quel gioco? Soltanto se venissero qui le oche, in carne e piume, a convincermi del contrario potrei cambiare idea, ma visto che loro non possono parlare, io ho il dovere di difenderle. La sentenza non verrà revocata. -
Il padre e la madre del bimbo ritornarono a casa da soli in una notte buia e dolorosa. A parlare, piangere e pregare. Ascoltando le urla dei due genitori anche gli animali della fattoria vennero a conoscenza dei fatti. Scoppiò il caso. Le bestie cominciarono a protestare per la frettolosa sentenza, in una babele di versi, strepiti e grugniti. Rivolevano il loro amico, il loro compagno di giochi. Furono avvisati tutti i bipedi e i quadrupedi del vicinato e la protesta si estese, capeggiata dall’oca anziana Fiorenza.
- E’ uno sconcio! Bisogna far capire agli umani che noi amiamo i bambini ed i loro giochi scalmanati; siamo ben capaci di distinguere una minaccia da uno scherzo amorevole. Non siamo così deficienti come ci dipingono! –
Paperava l’oca, ma solo le sue colleghe erano in grado di comprenderla. I maiali, infatti, avevano un’idea completamente diversa dei fatti e avrebbero voluto approfittare della confusione del momento, per uscire dal fango a cui erano destinati da sempre e fare - perché no? - un bagno nello stagno. Le gazze invece miravano solo al guinzaglio d’oro del pastore maremmano che faceva la guardia, il quale a sua volta abbaiava in falsetto, sostenendo che i giochi a squadre miste da incentivare realmente, fossero solo quelli che prevedevano il lancio di ossi o pietre e che gli altri sollazzi fossero comunque un abuso. I gatti a tal proposito chiedevano di intensificare la produzione di gomitoli di lana, se pur certi che le pecore di zona non sarebbero state d’accordo. Lingue diverse, insomma, e desideri di tutti i tipi.
Come avrebbero mai potuto farsi ascoltare dal Sovrano? Alcide era sì un animalista, ma quale lingua tra le loro avrebbe potuto comprendere? Che disastro! Quale inattesa confusione di linguaggi per una valle così piccola! Chi lo avrebbe mai potuto immaginare?




