SILENZIO CON VARIAZIONI,
di Gianpaolo G.Mastropasqua, ERATO trentasei,
Lietocollelibri 2005, pp.54, 10 euro
Si presenta come opera interessante l’esordio poetico del giovane barese Gianpaolo G.Mastropasqua, dal titolo “Silenzio con variazioni”, edito da Lietocolle libri 2005(Co). Questo testo è costruito su una marcata profondità del sentire e dell’enumerazione dell’immagine che ne consegue nella rappresentazione poetica. I luoghi, i fatti, le conclusioni quasi gnomiche raggiunte dal poeta in questa sua testualizzazione della realtà (che intendo definire come totalità dei segni), delineano i caratteri di una voce che tende ad omologare gli spazi e la temporalità degli avvenimenti unificandoli in un unicum del fenomeno. Una totalità dei risultati, un rimodellamento riuscito, una percezione del mondo che comunque in Silenzio con variazioni risulta bloccata, del mondo quello interno intendo, quello nascosto agli occhi indiscreti dei passanti, non a-lethe quindi. È forse una bugia eclatante così quella che ci viene proposta, quell’ambizione estrema del poeta di ovattare ogni spiacevole rumore, ogni disarmonica deriva all’esterno dei canoni(anche musicali) che ritiene più rassicuranti, e che ripropone costantemente. Preso atto di queste semplici annotazione possiamo ribadire comunque che la silloge Silenzio con variazioni è un’opera prima indubbiamente riuscita e non comune nel panorama della poesia locale e nazionale, tenuto anche conto della giovane età dell’autore e della possibile ed auspicabile capacità di rinnovarsi che, speriamo, saprà proporre in futuro il nostro poeta. In questa raccolta il parallelismo tra una retorica già affermata, già sperimentata nell’ampio ventaglio della tradizione meridionale, e il poetese proposto, è un’istanza che ben funziona per il momento, e che in effetti è alla base di un fraseggio intimo notevole, una costruzione meticolosa e quasi scheletrica dell’idillio (e non esagero con idillio), un impulso ben controllato che impone il suo ordine, un’algebricità che rettifica le sconnessioni, gli inestetismi del reale che viene sovra-significato. È un atteggiamento rischioso questo, e che comunque pone dei limiti in prospettiva: una linearità che rimane costante all’interno dell’intera silloge e che dovrà essere superata per ottenere esiti poetici di maggiore forza e d’incisiva innovazione. La voce poetica di Mastropasqua dovrà trovare in sé quello slancio quasi a-grammaticale, veemente, demistificatorio, impoetico in grado di risolve e rinnovare la scena consueta ma lasciando allo stesso tempo intatta la geometricità del dettato ritmico e l’esattezza logico-formale dell’espressione. Un auspicio che riesca questa voce a collocarsi all’interno di quella tendenza risolutoria che attraversa la poesia contemporanea di più alto grado, atipicità e fascino. Propongo per concludere una delle liriche più riuscite e emblematiche presenti nella raccolta esaminata: Non importa lo stato effimero dello spazio/ né quel semplice sapore di ignoto/ e nemmeno la neve che si tinge/ di corpi estranei e ricadute, / sono il piccolo geometra delle rovine / di quelle case fatte di pioggia / e letti friabili, dove gli uccelli / preparano l’ultimo volo d’autunno. – In caduta libera, pp.44).
ANGELO PETRELLI
I TROFEI DELLA CITTA’ DI GUISNES
edito da Abramo (recensione tratta dal settimanale
TRIBUNA del SALENTO del 27 gennaio-2 febbraio’06)
E’ da poco stato ripubblicato il romanzo: I trofei della città di Guisnes di Antonio Verri, dalla casa editrice Abramo di Catanzaro, nella collana Le onde curata da Mario Desiati e Mauro F. Minervino. E’ amaramente eloquente che, al contrario, pressoché nessuno degli editori locali abbia pensato ad oggi di investire sul corpus letterario dello scrittore di Caprarica di Lecce. I trofei è con tutta probabilità il lavoro più riuscito del narratore, operatore culturale, editore, e poeta Antonio Verri; intellettuale che prematuramente scomparso a soli 44 anni, nel maggio del ’93 in un incidente stradale, ha lasciato una grande eredità morale a tutti coloro che nel Salento si avvicinano alla scrittura, o all’arte in genere. Guisnes è il luogo della contemporaneità disarmante, una delle tante possibili rappresentazioni del postmodernismo, dell’incomunicabilità che travolge l’uomo moderno. Così I trofei si configura come è un vero e proprio anti-romanzo, un poema allegorico nel quale Verri, attraverso il sapiente uso di una lingua sperimentale, iperletteraria, a metà tra prosa e poesia, racconta la storia di Stefan (nome scelto in omaggio al Dedalo di Joyce). Il protagonista è un alter ego del Verri stesso, un voyeur in perenne viaggio per un cosmo in espansione, uno scenario parallelo alla soffocante provincia che ben conosciamo. Un testo affabulante questo, introspettivo, che riesce nell’arduo compito di essere opera di denuncia, anche se in forma di canto, di lirica, di visione. La ripubblicazione de I trofei è un segno importante, una scoperta finalmente anche fuori dal nostro territorio di uno dei più originali e sfortunati autori del novecento sommerso; quel Verri che ha insegnato tanto con il suo lavoro, e che ha indicato la giusta via dell’impegno letterario nel Salento.
ap
[ Non ha strappato le ali ]
non ha strappato le ali alle mosche quando era piccolo
non ha legato i barattoli alla coda dei gatti
né imprigionato gli scarafaggi
nelle scatole di fiammiferi
non ha distrutto le case
delle formiche.
È diventato grande.
E vedere il male che gli hanno fatto.
Quando è morto ero al suo capezzale
e mi ha detto: leggimi una poesia
che canti il sole e il mare
le officine atomiche la luna artificiale
che canti la grandezza dell’uomo.
1957 nazim hikmet
(traduzione di joice lussu)
Domenica, 12 Feb 2006 21:46
Non credevo di poter mai investire il mio senso critico nel Suo mimetico operare, Angelo, la cui sete di visibilità velata da una discreta intelligenza non è poi per nulla diversa da quella di molti altri creatori di blog, "ludici ed integralisti," dei quali la rete (è)* si agghinda quotidianamente, forse per nulla diversa, anzi, da quella di molti creatori in generale. Ma, vede, la domenica sera alle volte mi viene una irrefrenabile voglia di "parva", le stesse che attribuiva all'ultimo tra i suoi detrattori, la cui profondità teorica e semantica, tra l'altro, non è molto dissimile da quella degli altri che Le scrivono..ma Lei, sempre armato della coerenza di chi riesce a scrivere "non lo sono (un critico) nè voglio esserlo" salvo poi farsi definire "poeta e critico letterario" sulle biografie della sua pubblicazione, sarà sicuramente superiore a tanto..Lei che ha l'affanno di definirsi "esule",dove, per corretta analisi sintattica, l'implicitazione ricorre menzionata ("a cura di ap e pochi altri") come i suoi studi (?) chomskiani (e tarskiani) le insegneranno: il suo latino magari le ricorrerà ancora più utile e se ex-solum o -sedes riesce davvero ad autodefinirsi chi,non solo è perfettamente inserito nel contesto nel quale opera, ma addirittura trae da esso ambrosia e autostima, allora Lei riesce seriamente a stimolare la mia più divertita Einbildungskraft! Per ciò che riguarda il suo poetare,poi, credo che lì la mia analisi debba spingersi davvero oltre le Sue squisite capacità.. Lei mio caro, nella prassi, non mi fraintenda; è la sua opera,anzi meglio il suo operare: vede, esso grida agli intelletti alti e comuni, ma a quelli sottili e rari, invece, grida e perora il suo aristotelico luogo naturale, lo stesso nel quale io lo collocai da tempo..affetto e stima...
saluti a lei e alla parvula città che la abbraccia...
ANONIMO(VENEZIANO?)
*a-grammaticale arguzia microsintattica dell'autore di difficile spiegazione congetturale: più o meno del genere "dummheitenmachen"in una variante di matrice incerta
Giovedì, 16 Feb 2006 13:53
boh?!
ps. "non lo sono (un critico) né voglio esserlo" è (una parafrasi) di Lucini(Gianmario) di Poiein, per altro, Lucini che parla di Lucini, non io, mai!
e comunque caro non creda che io non sappia leggere, e immaginare!!!
Immaginare a cosa mira con disinvolta ragionevolezza - COMUNQUE FALSAMENTE NOTEVOLE LA NOTA DA VERO NAZISTA!!! - come un qualsiasi richiamo alla forza, e alla ragione, probabilmente all'ordine. Solo di una cosa ho vanità ed orgoglio: di essere l'unico de la waste land che non fa promozione letteraria (né marchette).
Sono convinto che la mia posizione le sia ben chiara, così la lascio alla sepoltura dove si perdono le ossa, e la rimando alla prossima.
SALUTI
pps. e veda caro che "(una parafrasi) di Lucini (gianmario)" è una metonimia.
ANGELO PETRELLI
Poco prima
Caro Julik,
ho ricevuto la fotografia e il biglietto, ma le due cose non vanno d'accordo. Nella lettera ti lamenti, quasi piagnucoli come un bimbetto di cinque anni, mentre sei un ragazzo grande e forte e dovresti affrontare gli avvenimenti con coraggio e con calma tranquillità. Tu stesso mi hai scritto una volta che la scuola che frequenti serve per non perdere un anno di studio; e ti par poco? Poi bisogna vedere se i rimproveri che ti fanno non sono meritati. In ogni caso se bisogna fare una cosa, bisogna farla senza lamentarsi, senza guaire come i cagnolini da latte, in modo da trarne tutto il profitto. A me non piace che un ragazzone come te si lamenti, mentre nella fotografia pare che tu sia risoluto, tranquillo nella volontà di raggiungere il tuo scopo; così mi piaci molto e ti faccio tanti auguri.
Ti abbraccio.
MASCIR GANTJON
(senza una traduzione ragionevole)
I QUATTORDICI COMPASSIONEVOLI di Luigi Di Seclì
(Luca Pensa Editore 2005, p.757, 20 euro)
Nessuno scrive un libro, una narrazione in versi di più di settecento pagine senza un motivo, o per solo diletto: questa è la principale considerazione da fare prima di accingersi alla lettura di una delle più recenti ed azzardate pubblicazioni della Luca Pensa Editore, il “Romanzo Poema” (per autodefinizione dell’opera da parte dello stesso autore) I quattordici compassionevoli
di Luigi Di Seclì. Ritengo che un qualsiasi testo per essere significativo debba, appunto, articolarsi intorno ad una precisa necessità di fondo; nello specifico ho dunque individuato un termine in relazione al quale stendere questo breve intervento, cioè “l’ambizione” del grafomane di essere considerato uno scrittore. I quattordici compassionevoli di Di Seclì (originario di Taurisano, classe ’50) è solo l’ultima di una lunga serie di pubblicazioni dello stesso per case editrici locali: tanto che in questo caso specifico, dovendo analizzare il testo, dobbiamo necessariamente considerarlo “singola parte” all’interno di un vasto corpus: serie formata da un discreto numero di raccolte poetiche, racconti e romanzi, e da, al caso nostro, romanzi poema. Questo lavoro, che è da intendersi come capitolo quinto del ciclo de “Gli speranzosi”, e che l’autore ci propone come “monumento alla misericordia umana”, è il secondo romanzo poema scritto da Di Seclì negli ultimi anni; il primo è stato Le dieci Cantate di un cantastorie (edito nel 2003). Nelle cinque lettere scritte dall’autore al lettore per introdurre l’opera, risulta evidente lo sforzo profuso da Di Seclì nel significare le scelte stilistiche e concettuali sulle quali è costruito il testo; ma soprattutto questa introduzione è un modo come un altro per affermare in anticipo sull’eventuale lettura cosa c’è di letterario e non nella narrazione proposta. Le intenzioni che animano questa lunga prosa poetica non sono assolutamente una scusa plausibile per i modesti risultati che la stessa ottiene, ma ne sono quantomeno pretesto, credo, e prova di buona fede. Stile a parte I quattordici compassionevoli, a suo modo, non è di certo una novità nel panorama dell’editoria salentina: edito dalla stessa casa editrice, la Luca Pensa, solo pochi mesi addietro Neuropa di Gianluca Gigliozzi ha riscosso ben altro successo da parte della critica locale e nazionale. Questo di Di Seclì è invece l’ennesimo icastico volo pindarico (di facile ricaduta al suolo) di un nostrano amate della scrittura. Non è parte dello stesso pensiero debole la volontà di un autore di proporre come necessari i propri valori e le personali passioni. La vitale umanità di Di Seclì in effetti sorregge le pagine di questo volume mitigando la totale inadempienza dell’opera a quei requisiti minimi che la renderebbero “letteratura”, e in qualche modo interessante, fruibile, credibile agli occhi di un lettore attento. Senza interrogarsi sulla possibile liceità del metodo di analisi e di giudizio stesso, possiamo constatare che ne I quattordici compassionevoli un discreto numero di stilemi senza soluzione di causa strutturano il verso in un non-verso. D’altro canto la narrazione non è una narrazione, ma nemmeno una non-narrazione. Così il lavoro di Di Seclì si staziona in una condizione di mezzo, di inespressività che non convince affatto. La lingua utilizzata nel poema finisce per essere una parodia di se stessa, senza comunque divenire caricaturale o meglio barocca (nella definizione più borgesiana del termine). Questo romanzo in versi è un susseguirsi prosaico e cantilenante dove la parola, o l’espressione re-interpretata, ri-coniata (attraverso una serie di bizzarre proposte tout court) non evoca, né sembra realizzare o racchiudere in sé una qualsiasi forma d’originalità. Il lessico è così paranoico e noioso, senza per altro possedere la forza dell’ossessività, che non produce alcuna particolare tensione enfatica o ironica del testo. Questo libro, frutto di diversi anni di lavoro da parte dell’autore, è la riprova di quanto sia semplice sovvertire le buone intenzioni, l’impegno e le risorse di una casa editrice locale in un prodotto senza ombra di dubbio di scarso profilo letterario e difficoltosa commerciabilità.
ANGELO PETRELLI
anticipiazione da L'alter ego 05 Dicembre
recensione di Neuropa.
Poema epicomico in prosa. Un romanzo di Gianluca Gigliozzi.
Neuropa. Poema epicomico in prosa. Un romanzo di Gianluca Gigliozzi.
«In principio è il pronome –e il pronome è Io», è con questa parafrasi del Vangelo secondo Giovanni che si apre quella che può dirsi la prima opera di Gigliozzi, scrittore nato a l’Aquila, ed ospitato nella collana Alfa-Ωmega diretta da Stefano Donno per la casa editrice Luca Pensa. Un romanzo la cui plurivocità è suggerita da un modello, il Marat-Sade di Peter Weiss indicato dallo stesso autore, ma che viene a svilupparsi attorno al misterioso personaggio, Io, i cui percorsi schizofrenici ci accompagnano nel cuore dell’Europa moderna attraverso le radici del materialismo illuminista (partendo dal naturalismo di Campanella e dal sensismo), la decadenza dell’impero spagnolo, la riconfigurazione europea, la propaggine rivoluzionaria del Terrore, l’astronomia post-copernicana (Galileo), la nascita del diritto moderno (Grozio, Hobbes, Spinoza, Locke, Montesquieu, Rousseau), il ruolo degli ordini monastici e della Chiesa ; venendo a delineare quello che è già stato definito un romanzo-mondo nel quale è lo stesso Soggetto Moderno a divenire l’attore sulla scena [ Daniele Poccia] .
L’opera di Weiss si inseriva in un momento irripetibile per la cultura tedesca, dove coesistevano le contrapposizioni ideologiche, il doppio dominio operato da USA e URSS e il peso della storia recente (il nazismo) unito all'ansia di rinnovamento delle giovani generazioni. Tramite la rappresentazione dell’amico del popolo operata dal divin marchese, Weiss metteva in scena la crisi ideologica e politica del suo tempo.
In altra maniera Gigliozzi mette in luce, attraverso quella che appare la schizofrenia di un personaggio, le rimozioni storiche intellettuali e psicologiche su cui si fonda l’Europa d’oggi, ridefinita attraverso confini che non sono più quelli geo-politici del XVII e XVIII secolo né semplicemente quelli attuali. Si tratta in qualche modo della crisi d’identità dell’intero mondo occidentale, gigante che oggi nasconde il proprio senso di colpa dietro la paura. E’ ciò che avviene per la Francia nel film di Michael Haneke, Caché (Cannes 2005), da poco uscito nelle sale italiane; film in cui la crisi identitaria individuale e comunitaria sono originate dalla rimozione della colpa (nel film rapporti Francia-Algeria) alla quale si è sostituito un sentimento di paura. Fatto che è risultato essere estremamente attuale ed allargabile all’intero mondo occidentale. Ovviamente il lavoro di Gigliozzi, ben più complesso nella sua ideazione e realizzazione, lontano da un rapporto così stretto con l’attualità, ci pone davanti differenti questioni interpretative che possono andare dalla psicanalisi alla storia, alla filosofia, mentre per quanto riguarda la letteratura sembra collocarsi su di un filone classico ben preciso. Questo lavoro sembra spaziare dal Baldus di Folengo al Gargantua et Pantagruele di Rabelais, fino ad arrivare al Tristram Shandy di Sterne e al Gulliver’s Travels di Swift, soprattutto per quanto riguarda quel lato dello stile comico e satirico che fa dell’esagerazione, dell’accumulo, una delle sue marche di riconoscimento. In particolare, per i cinquecenteschi l’esternazione delle funzioni corporee altro non rappresentava se non la versione grottesca di quella corrente del sensismo che porterà alla critica materialistica dei valori propagandati dalle istituzioni dal XVII secolo in poi.
Lo stesso D. A. F. de Sade, nei suoi dialoghi filosofici, si porrà come epigone del materialismo illuminista, figlio del sensismo e del materialismo classico, sottolineando l’impostura delle religioni positive e del razionalismo deista del settecento, mostrando a suo modo l’uso politico da parte della nobiltà prima e della nuova classe emergente poi rispettivamente del cristianesimo e del deismo per giustificare il proprio dominio. Il marchese era convinto della necessità della rivoluzione (fu anche eletto alla Convenzione Nazionale ); tuttavia indietreggiò davanti alle misure di terrore prese dai nuovi capi.
De Sade è qui capo-comico e lente di lettura delle contraddizioni del secolo dei lumi, dalle idee illuministe dei vari redattori dell’ Enciclopedie al tradimento adempiuto dal Terrore. Ma mentre le allusioni, nella Repubblica dei Nomi, si spingono fino alle teorie di Adam Smith, redattore del primo trattato organico di economia politica e teorico del liberismo; la morte del Marchese coincide col tramonto dei grandi ideali rivoluzionari e la fine della parabola napoleonica, momento in cui Io comincia a ricordare e dal quale scaturisce la discendenza di Io, sulla falsa riga delle genealogie bibliche o evangeliche e che termina significativamente con la generazione dell’agente sovietico assassino di Trotzkij.
Altro riferimento non solo stilistico è il Candid, opera irrisoria dell’ottimismo Leibniziano, nonché critica dell’antropocentrismo. Lo stesso Voltaire assieme a D’Alambert e Diderot, sono protagonisti di un viaggio (questa volta sognato da Io in seguito all’assunzione di sostanze psicoattive provenienti dal nuovo mondo), che li porterà alla visione della anti-utopica Repubblica dei Nomi, fondata sulla frode.
I riferimenti letterari e filosofici in genere appaiono comunque amalgamati al tessuto della narrazione. Spesso i personaggi in cui Io in qualche modo si incarna fanno omaggio, da un lato, a quella tradizione meno nota del romanzo seicentesco (Franceso Pona, Francesco Fulvio Frugoni) che ha il modello ne Le Metamorfosi (più di Apuleio che non quelle di Ovidio); dall’altro, al romanzo comico e agli utopisti del cinquecento. Tra questi ultimi comparirà Tommaso Campanella in vesti diverse: come personaggio, tramite descrizioni allusive o direttamente nominato; come poeta, tramite lo pseudonimo usato dal filosofo calabrese per i suoi testi poetici (Settimontano Squilla); o ancora, come emblema della follia o della sua rappresentazione. E’ noto come al filosofo domenicano fu permutata la pena capitale, per le tesi sensiste e l’azione rivoluzionaria, in carceraria, grazie alla simulazione della follia. Rappresentazione e follia, dunque, la vita di Campanella non è meno emblematica di quella di altri personaggi coevi o meno che popolano il romanzo, legando la schizofrenia di Io a quel cuore nevrotico da cui nasce la nostra colta e violenta Europa. Galileo apparirà per mezzo della messa in scena dei personaggi del suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, mentre la concezione materialistica contro quella idealistica della storia sarà “messa in scena” tramite una ironizzazione della Storia stessa, per mezzo della quale, episodi basilari della nostra storia, lo scisma d’Oriente (1054) e la rivoluzione francese (vista tramite la vicenda di Marat) vedranno, come trait-d’union che li lega, semplicemente una malattia della pelle.
Lo stesso riferimento al poema epico è ravvisabile oltre che nella ricerca di radici e di identità di Io, nella ricerca di un Lui sempre mutante; nella antifrastica allusione alla funzione del genere epico dall’età classica: nel poema epico infatti si dava fondamento culturale ad una struttura politica (spesso assolutista) per mezzo della creazione di discendenze mitiche, di spiegazioni su valori religiosi e politici, di tradizione dei riti. Offici e mestieri di un intero popolo venivano fissati, giustificati, per mezzo di un’opera poetica. Si creava in qualche modo un’identità saldando il carattere di “nazionalità” di un popolo.
Tutto questo, qui invece, si perde in favore di una grande festa crudele fatta di allusioni a pantagrueliche abbuffate, fallimenti di ideali, lotte fratricide, tradimenti, congiure, persecuzioni, messe in scena; tutto in un movimento che non segue la cronologia degli avvenimenti, in un viaggio non più fisico, come era in Omero o Virgilio, ma tutto psichico: nella ricerca dell’identità, l’io diviene una sorta di palcoscenico dove si allestiscono le messe in opera della crisi culturale, storica spirituale dell’età moderna da cui trae origine la nostra civiltà d’oggi. Quello di Gigliozzi potrebbe definirsi, per quanto detto, romanzo o poema della fondazione nevrotica della cultura europea.
Un passaggio inquietante e significativo è racchiuso nel paragrafo STATO DI COSE PARIGI 1789: […] tutto l’Essere non è altro che il durare di tutto questo che continua, unica sostanza, unico segnale, afrore irredento---------------------------------------------------------------------------------------[…] fino a che un giorno—s’avverte un’ondata di fragori secchi, […]---urla, strepiti, spari e fremiti---vibrazioni di fuochi celesti che irrompono nell’aria gialla---[…]; un paragrafo qui maltrattato per ovvi motivi di spazio, ma che reca oltre alla movenza mimetica nella calibratura qualitativa e quantitativa del verso, una narrazione della vicenda della rivoluzione, tramite l’orecchio e l’occhio di quello che sospettiamo essere il Divin Marchese. In realtà questo paragrafo ci suggerisce una lettura differente per mezzo della sostituzione del nome francese della più famosa delle prigioni, la Bastille, con una sorta di neologismo, BAST-OEIL, che suggerirebbe una identificazione della prigione, della reclusione, con l’organo principe della conoscenza intellettuale, l’occhio, nominato diverse volte all’interno del paragrafo, che ci riconduce alla passione scopofila di Io-personaggio. Questo suggerisce una lettura di vicinanza a l’Histoire de l’oeil di G. Bataille, romanzo-racconto di impronta surrealista, dove la narrazione delle vicende si sviluppa per mezzo di analogie formali (rotondità e bianchezza) che tentano di aprire a significati psicologici profondi, aprendo a una destrutturazione del mondo culturale in favore di un erotismo eccedente, confinante con la distruzione, che rivela la flebile corteccia dietro cui si maschera la cultura postilluminista. Questa vicinanza sebbene qui arbitrariamente supposta, suggerisce la non estraneità dell’autore a tematiche affrontate tanto da Foucault e dalle scuole neo-psicanalitiche, quanto a quelle espresse da Artaud nella sua concezione di teatro della crudeltà.
Il valore indubbio di quest’opera proviene, oltre che dalla sua complessità, dalla scelta di non limitarsi alla semplice messa in scena dell’ennesima variante sulla cattiva coscienza borghese, sulla paura (oggi ossessione della sicurezza) e sull’ipocrisia della ricerca del migliore dei mondi possibili, ma su la scelta ulteriore di spostare l’interrogativo sul lavoro proprio del romanziere. La narrazione, infatti, condotta sul filo del mise en abyme, rivela, assieme alle Imposture della Storia, la finzione narrativa stessa, spostandosi su differenti livelli in una ripetuta ritorsione volta a provocare quello straniamento necessario alla riflessione. Da qui il ripudio per la forma diretta del romanzo storico che per Gigliozzi non sarebbe altro che impostura. Dirà Io quasi al termine del suo viaggio e in quella che sembra quasi una dichiarazione di poetica: […] da adesso in poi non solo non crederò più a una parola di quelle parole credute vere laggiù, non crederò nemmeno più quello verso cui andiamo sia qualcosa di diverso dal passato—non vivrò più quello che vedo come se fosse diverso dal macello che è—[…]. Molto già si dice di questo romanzo, e forse parlarne troppo è imprudente, ma di sicuro nell’arco del 2005 Neuropa, sembra essere un’opera di sicuro coraggio ed impegno, che ci pone un numero imprecisabile di interrogativi storici, ma non dimentica di trattare la lingua e la narrazione come materia stessa di riflessione e rottura, per la creazione di nuove possibilità di espressione e di contenuto con tutto quello che è il nostro carico storico, critico e culturale.
Paolo Antonucci

Dalla pagina cultura e spettacolo
del settimanale Tribuna del Salento
del 3/9 febbraio 2005:
CERTI SCRITTORI
DEL SUD...
Di prossima uscita per Mondadori è l’ultimo romanzo di Mario Desiati dal titolo Vita precaria e Amore eterno. L’ennesima prova di fatto di una letteratura pugliese che funziona, che è in grado di dire la propria anche oltre le frontiere della nostra terra. Desiati (originario di Locorotondo, classe ‘77) è redattore della storica rivista Nuovi argomenti fondata nel 1953 da Alberto Carrocci e Alberto Moravia, e collabora attivamente come editor per diverse case editrici. Altri giovani scrittori, che ben conosciamo, come ad esempio Nicola Lagioia, barese classe ’73 (Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj, Minimum fax 2002 e Occidente per principianti, Stile libero Einaudi 2004) e Girolamo De Michele, tarantino, con i suoi noir (Tre uomini paradossali, e Scirocco, testi editi entrambi per Einaudi tra il 2004 e il 2005), già da tempo hanno ottenuto grandi risultati. Mario Desiati ha esordito con Neppure quando è notte (peQuod 2003) come narratore, romanzo accolto da un discreto consenso da parte della critica nazionale, e successivamente come poeta; i versi di Desiati sono presenti in svariate antologie tra cui La nuovissima poesia italiana (Mondadori), ne L’almanacco dei poeti Manacorda (2005) e la raccolta dal titolo Le luci gialle della contraerea (LietoColle 2004). Insomma, voci che hanno travato la loro giusta dimensione nel vasto panorama della letteratura italiana contemporanea varcando le soglie dell’anonimato. Questo avviene, dati alla mano, per autori baresi e tarantini, mentre nel nostro Salento proseguo i dibattiti sulla letteratura per così dire underground, dove sono normalità le assillanti litanie sul novecento sommerso e sulla sfortunata esistenza di autori come Antonio Verri, Salvato Toma, Claudia Ruggeri e altri ancora. Vanno avanti i dibatti sull’editoria locale: c’è comunque da dire che tanto è stato prodotto proprio dagli autori sopraccitati, e in particolare l’opera di Antonio Verri rimane notevole e, fuori dal Salento, in gran parte ignorata. Il canzoniere della morte, di Toma, ha avuto la giusta collocazione, pubblicato per Einaudi nel 1999, mentre una selezione delle poesie della Ruggeri ha trovato spazio sul numero 28 di Nuovi Argomenti (Dicembre 2004). Di certo restami evidenti le difficoltà dello scrittore locale nella sua possibile “emersione”, che quando si verifica rimane agli annali come eccezione. Profetico fu, decenni addietro, lo stesso Bodini nei sui scritti sul tema della congiura provinciale. Bodini, autore che viaggiò molto, e lavorando soprattutto come traduttore passò gran parte della sua vita lontano da Lecce: credo che nessun salentino che ha letto questi versi riuscirà mai a dimenticare «Quando tornai al mio paese nel Sud/ […] compresi allora perché ti dovevo perdere:/ qui s’era fatto il mio volto, lontano da te,/ e il tuo, in altri paesi a cui non posso pensare.» (V.Bodini, Foglie di Tabacco, 1945/47. In La Luna dei Borboni ed altre poesie, Milano, 1952). Eppure qualcosa si muove, nascono collane ed editori;
tentativi, sebbene pochi, di una nuova critica e di una rinata possibile militanza. Al momento nessuno tra i giovani autori locali sembra pronto per il grande salto, capace di oltrepassare le barricate di un’indolente presenza artistica. Ma va fatta un’eccezione: la giovane autrice de Il credito dell’imbianchino (edito da Argo nel 2005), Elisabetta Liguori, scrittrice della quale sentiremo molto parlare; di lei si è accorta anche la peQuod(An) per la quale la Liguori pubblicherà il suo prossimo romanzo. Forse è un primo passo, presto avremo più scrittori in grado di emergere e farsi conoscere a carattere nazione: previo però, credo, mettere da parte quel deleterio provincialismo nei giudizi e nei modi di fare letteratura. Quella chiusura in se stessi, quella mancante capacità di confrontarsi e operare attraverso una critica coerente e severa: una deficienza che è stata storicamente, a mio modesto avviso, un ostacolo per gli scrittori salenti, un problema che si ripropone in modo tangibile anche nella contemporaneità. E’ necessario un tentativo di rinnovamento, strada che per essere precisi è stata già indicata nel passato da figure innovatrici come quella di Antonio Verri. Mentre le case editrici locali stanno a guardare, la LietoColle Libri(Como) ha pubblicato nel 2005 tre interessanti raccolte poetiche di autori pugliesi.
La stanchezza della specie di Vittorino Curci
La poesia di Vittorino Curci che, ne La stanchezza della specie oramai evidentemente matura, dimostra in questa raccolta la sua certa statura nel panorama della poesia italiana contemporanea. Partendo dalla tradizione facilmente ripresa da molti recensori come fonte di conoscenza esatta, possiamo considerare, azzardando paragoni, Curci alla stregua di Bodini e Scotellaro, al cospetto dei quali il poeta nocese sembra trovarsi a suo aggio, tanto da apparire in alcune sue raffinate ed alte uscite poetiche, anche ben oltre ogni aspettativa di paragone. La stanchezza della specie è una delle migliori pubblicazioni di poesia degli ultimi anni.
Del sangue occidentale di Michelangelo Zizzi
Si presenta come un’opera di particolare raffinatezza e complessità il poemetto Del sangue occidentale di Michelangelo Zizzi (poeta e critico letterario originario di Martina Franca). Costruita su una profonda conoscenza della storia e del pensiero occidentale, traccia le coordinate di una visione del mondo su basi sapienzali nel solco delle due figure di Giordano (ovviamente Giordano Bruno) e Sofia, una proiezione psicologica dell’io poetico, un emblema della femminilità in senso erotofanico. Zizzi eccelle nell’uso di una lingua colta ed estremamente articolata, dove la tradizione lirica si arricchisce di nuovi sottocodici ed enumerazioni incessanti.
Silenzio con variazioni di Gianpaolo G.Mastropasqua
La silloge Silenzio con variazioni è l’opera prima del giovane poeta barese G.G.Mastropasqua. Una prova interessante questa tenuto conto della giovane età dell’autore e della possibile ed auspicabile capacità di rinnovarsi che, speriamo, saprà proporre in futuro il nostro poeta. In questa raccolta il parallelismo tra una retorica già affermata, già sperimentata, e il poetese proposto, è un’istanza che ben funziona in un’opera prima, un atteggiamento rischioso però, che comunque pone dei limiti in prospettiva che Mastropasqua dovrà superare per ottenere esiti poetici di maggiore forza e d’incisiva innovazione.




