De.licio.us Dada
Archivio Marzo 2006

by angelopetrelli

SPETTACOLI & CULTURA

 de La Repubblica.it

 

 

Il direttore del "Foglio" recensisce il film di Moretti per conto di Repubblica
Il premier è un prim'attore senza rivali, non un Caimano ma un Cavaliere
Io, uno dei berluscones

vi spiego perché mi è piaciuto

di GIULIANO FERRARA

 



Una scena del Caimano

 


CARO direttore, chiedi a me, uno dei berluscones, l'expertise o perizia di parte sul film di Moretti. Eccoti servito. Moretti è un vero talento e una persona perbene. Il Caimano lo dimostra. Avrebbe potuto solleticare il pubblico "de sinistra" alla vigilia della Liberazione, lasciargli in bocca il gusto di un'imminente vittoria. Invece nella bottiglia ha infilato un messaggio malinconico, che per noi foglianti è da tempo un'allegra constatazione: vinca o perda le elezioni, Berlusconi ha cambiato l'Italia, è il re della nostra epoca e in trent'anni ci ha fatto sognare o vedere i sorci verdi, a seconda di come la vogliamo prendere.

Come la prende Moretti, si sa. E' come il suo eroe Silvio Orlando (bravissimo) un vero conservatore, anche un po' bigotto, un familista teneramente orripilato dal turismo procreativo e dalle coppie gay, è un ritrattista di buoni sentimenti, bambini spaesati per la separazione dei genitori, adulti-bambini che sanno combinare soltanto cosine sfigate come il film "Cataratte", che vorrebbero vivere per sempre in un paese fermo ai miti della propria infanzia, in città dove gli indirizzi e le abitudini non cambiano mai, dove il denaro si nasconde nella clamorosa bellezza lirica della povertà, del continuo e frustrato tentativo di sfangarla.

Nella sua poetica del borghesuccio di Monteverde, dell'artista d'essai che non realizza il risultato per non essere volgare, Moretti inserisce stavolta qualcosa dell'autoironia cervantina di Pedro Almodóvar, e vistosamente si colorisce, si migliora, smette di prendersi troppo sul serio. Sul suo piccolo mondo antico si stagliano ben tre Berlusconi, successive incarnazioni del Caimano, del predatore sociale e politico moderno, un mostro di populismo autoritario e manipolatore.

Il primo Berlusconi del film è Cochi & Renato, con i soldi della mafia che cadono dal cielo in borsone enormi e gli fioccano intorno come coriandoli, in un tripudio di business televisivo, rincoglionimento del popolo, rivendita catodica di culetti danzanti.

Il secondo (Michele Placido) è un'altra figurina appena appesantita di un fumetto del potere, che crolla su se stessa quando l'attore, che non vuole grane, rinuncia al contratto e fa fallire il film affondando la missione impegnata. E fin qui la morale è che "è sempre il momento di fare la commedia", e il berlusconismo è sospeso tra le gag e le gaffe.

Infine entra in scena Moretti in persona, versione Orson Welles e Citizen Kane, tutto diventa triste, forte, terminale e solenne: Berlusconi-Moretti-Kane è condannato in tribunale, esce dichiarando che è finita la democrazia, sale in una grande auto nera e se ne va mentre alle sue spalle i fuochi dell'insurrezione berlusconiana travolgono i suoi giudici presi a pesci in faccia e aggrediti a colpi di molotov sulla scalinata della Corte di giustizia.

Un gran finale pedagogico in cui Moretti non dissimula, come sempre, il suo grandioso narcisismo, la sua identificazione piena con il vilain, con l'eroe negativo che letteralmente lo ha soggiogato, gli ha comprato e rivenduto l'anima occupando per intero la sua fantasia, la sua nevrosi d'artista, la sua ossessione. Ma il tutto in cartoon, con un tratto leggero e cinefilo, tra una citazione e l'altra, senza cupo moralismo.

Un contributo robusto alla riuscita del film lo dà Berlusconi in persona, nei materiali di repertorio visti in tv dai piccoli italiani che lo subiscono quando parla al Parlamento europeo e quando racconta in tribunale spillette e girocollo in diamanti che regala ai suoi amici per Natale. Lì si vedono due cose: che Berlusconi è il prim'attore senza rivali, e che non è un Caimano, è un Cavaliere.

(24 marzo 2006)

 

 

 

 
 

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by angelopetrelli

Associazione Culturale Fondo Verri

Stagione 2006 / Presidi del libro _ Lecce


Venerdì 24 marzo 2006, dalle ore 20.00

Oltre le macchine narrative o della visione del Mondo
Michelangelo Zizzi
presenta
Massimiliano Parente
Autore de La macinatrice (Pequod edizioni) e di Parente di nessuno (Gaffi editore)



Massimiliano Parente è nato a Grosseto nel 1970. Ha pubblicato i romanzi Incantata o no che fosse (ES, 1998), Mamma (Castelvecchi, 2000), Canto della caduta (ES, 2003). Mamma, estrema storia di incesto tra una madre e suo figlio, è stato oggetto di violenti attacchi diventando subito un caso editoriale e culturale: nell'aprile del 2003 Vittorio Sgarbi, Giordano Bruno Guerri, Giampiero Mughini hanno tenuto una conferenza stampa per difendere il libro dalla censura. Ha collaborato con "Il Foglio" e "il Giornale". Scrive regolarmente sul settimanale di cultura "Il Domenicale". Vive a Roma.

Al Fondo Verri con Michelangelo Zizzi, venerdì 24 marzo 2006, dalle ore 20.00, presenterà i suoi ultimi due lavori La macinatrice (Pequod edizioni) e Parente di nessuno (Gaffi editore) in cui raccoglie gli articoli di critica letteraria pubblicati (e non pubblicati) sul Domenicale.

La trama de “La Macinatrice” è su più livelli, proprio come l’opera di Duchamp. Il linguaggio di Massimiliano Parente è barocco fino all’eccesso, ma la necessità precipua per comunicare con il lettore è l’eccesso, lo stordimento: attraverso una lingua che stordisce, che penetra nella coscienza del lettore per frastornarlo proprio come se fosse dentro alla Macinatrice, Massimiliano Parente ci introduce nel Caos, nei suoi Canti danteschi-webbici. Come non essere totalmente affascinati dall’Opera di Massimiliano Parente? Siamo di fronte a un romanzo di idee, a un romanzo di linguaggi. Siamo di fronte alla Letteratura che non prende su di sé etichette di alcuna sorta. Massimiliano Parente con “La Macinatrice” consegna alla Letteratura una Opera assolutamente perfetta, che a ogni nuova lettura si spiega al lettore, senza però mai esaurirsi. Senza mai esaurirsi, lo sottolineo e di più.
“Parente di nessuno” è un ritratto ironico e impietoso del mondo della cosiddetta società letteraria italiana, da una posizione radicale, di frontiera, mai superficiale o impreparata.
Massimiliano essendo "parente di nessuno", non teme di pestare i piedi a nessuno. Dai critici letterari, ormai ridotti a giornalisti di costume, agli scrittori infedeli alla letteratura, passando alle ignoranze degli editor delle grandi case editrici, terminando con il conformismo speculare dei piccoli editori; Parente non risparmia dai suoi strali neanche il pubblico colpevole, insieme ad una classe di mediatori culturali, di aver svuotato la parola di ogni criterio estetico e contenutistico.


Associazione Culturale Fondo Verri
Via Santa Maria del Paradiso n°8 - 73100 Lecce – tel.fax 0832 304522
e.mail: fondoverri@tiscali.it c.f. 93076390751
http://fondoverri.splinder.com

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 michelangelo zizzi e angelo petrelli che si specchiano nel flegetonte

 

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angelo petrelli e vittorino curci sotto una strana luce

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dalla pagina culturale de Il Paese Nuovo del 15.3.06

LIETOCOLLE SUD TOUR

Mentre le case editrici locali restano a guardare i più interessanti poeti pugliesi contemporanei si fanno sentire. Da segnalare è così, e doveroso, l’importante iniziativa “LietoColle Sud Tour” a cura del giovane poeta barese Gianpaolo Mastropasqua e della omonima casa editrice lombarda. Il Tour partirà dalla Libreria Feltrinelli di Bari esattamente Giovedì 16 Marzo alle 19,00 (via Melo 119), per effettuare nove tappe attraverso la Puglia, in un percorso tra città e provincia: da Bari a Santeramo, da Noci a Manduria, per arrivare a Lecce nel ultima serata di questa serie di incontri poetici il giorno Venerdì 7 Aprile, alle ore 19,30 al Fondo Verri. Tra gli autori che parteciperanno già da domani tra gli altri ci saranno Massimo Conese, Vittorino Curci, Mario Desiati, Vincenzo Gasparro, Gianpaolo G. Mastropasqua, Vanni Schiavoni, Alessandra Papa, Michelangelo Zizzi. La LietoColle Libri (Co) è diventata negli ultimi anni una positiva ed anomala realtà, un punto di riferimento per l’editoria nazione del settore. Nelle pubblicazioni della stessa casa editrice possiamo trovare il notevole esordio di giovani autori pugliesi e la conferma di altri già maturi. Poeti locali sempre in difficoltà per la mancanza di spazi e pubblicazioni (e quindi ai quali per molto tempo è stata negata la possibilità, anche e soprattutto, di essere letti oltre la frontiera della propria regione). Solo negli ultimi due anni sono stati valorizzati dall’editore lombardo Michelangelo Camilliti libri eccellenti come Le Luci gialle della contraerea (2004) di Mario Desiati, La Stanchezza della specie(2005), di Vittorino Curci, e per ultimo, ma testo altrettanto significativo Del Sangue Occidentale (sempre nel 2005) di Michelangelo Zizzi. Queste sono tre opere poetiche “centrali” negli sviluppi della nuova poesia pugliese, nate all’interno di un arco temporale che comprende l’ultimo decennio. Sillogi queste accolte da un discreto successo ed attenzione da parte della critica nazione, raccolte di poesia che sono l’ennesima occasione per evidenziare (a chi lo ignorasse tutt’ora) e ribadire la qualità della nostra letteratura coeva. Espressione artistica costantemente stritolata dalla scarsa severità “nelle scelte” degli editori locali, dalla poca attenzione dei lettori, ma soprattutto “letteratura pugliese” danneggiata dal fare improprio dell’editoria a pagamento, sempre disposta al compromesso per rimpinguare le tasche della propria piccola azienda libraria. Tra gli altri autori nazionali e storici che hanno collaborato in questi ultimi anni ed agevolato il successo della LietoColle Libri ricordiamo poeti del calibro di Franco Loi, Alda Merini, Maria Luisa Spaziani e Maurizio Cucchi. Va dato atto del coraggio dell’editore Michelangelo Camilliti nella sua azione di scoperta, e spesso di ri-scoperta nel pubblicare nuovi talenti, come anche navigati scrittori pugliesi che anno avuto la sfortuna in passato di ottenere poco successo e scarsa notorietà, soprattutto a causa della loro collocazione meridionale che ne rende difficoltosa l’emersione. Azione che ha ottenuto l’effetto desiderato e l’approvazione del mondo poetico italiano. Notevole il fatto che alcuni dei più promettenti tra i giovani poeti emergenti pubblicati LietoColle, sono stati inseriti nell’Antologia Mondadori Nuovissimi poeti italiani o nella prestigiosa Collana Bianca Einaudi. Ora non ci resta che leggere questa poesia contemporanea pugliese visto che qualcuno a deciso “rischiando” di pubblicarla; e darsi da fare noi tutti, partecipare alle serate che non sono solo ascolto, ma anche dibattito, passione, la speranza che simili realtà non siano solo appannaggio del ricco Nord. Ora sappiamo che queste si possono esportare, che si possono fare propri i modelli positivi di coerenza e serietà anche nella nostra terra, nella nostra Lecce magari. Città artisticamente bellissima, ma così amara per alcuni scrittori. Se la storia ci insegna qualcosa non possiamo dimenticare il recente passato, la vita e l’opera di poeti come Antonio Verri, Salvatore Toma e Claudia Ruggeri, né il percorso che lì ha contraddistinti e resi indimenticabili. Tre persone speciali (ed è fin troppo banale scriverlo), tre grandi autori schiacciati da una quasi totale incuranza degli editori durante la loro vita, e pubblicati per il grande pubblico troppo tardi, oramai postumi. Anzi nel caso di Verri la grande editoria non ha ancora fatto il dovuto. Un’eccezione in parte consolante è la recente pubblicazione de I trofei della città di Guisnes da parte dell’editore calabrese Abramo, ma è ancora poco. Ripartire da una nuova speranza è così il minimo, dall’idea di un’editoria in grado di scoprire veramente, dotata della forza di valorizzare gli autori meritevoli, di fare letteratura e cultura negando ogni tipo di atteggiamento “provinciale”. Per concludere, credo presuntuosamente che questo si possa fare già adesso, che noi lo meritiamo, che siamo pronti.


ANGELO PETRELLI

 

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by angelopetrelli

LietoColle Sud Tour
1° tappa: BARI

Michelangelo Camilliti
è felice di incontrare gli amici pugliesi appassionati di poesia
giovedì 16 marzo - ore 19,00

per presentare l'attività della casa editrice con la testimonianza poetica di

Massimo Conese, Vittorino Curci, Mario Desiati,Vincenzo Gasparro, Gianpaolo G. Mastropasqua, Vanni Schiavoni, Alessandra Papa, Michelangelo Zizzi

con la partecipazione di
Assunta Finiguerra


conduce: Diana Battaggia

ingresso libero

la Feltrinelli Libri e Musica Bari
Via Melo 119 - Bari

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by angelopetrelli

Il bambino e la morte

 

di Antonio Moresco( da PRIMO AMORE )

 

 

   Non capita tutti i giorni che uno scrittore di largo successo scriva un articolo come quello di Baricco. Non era tenuto a farlo, se ne poteva stare blindato dentro le sue certezze commerciali e le sue soddisfazioni economiche e tirare diritto. Chi se ne frega di non essere amati da quattro letterati quando lo sei da milioni di lettori in tutto il mondo! Invece è uscito allo scoperto, ha messo a nudo la sua fragilità, si è preso dei rischi. Quando succede questo, quando neppure uno scrittore come Baricco riesce più a stare a un simile gioco, vuol dire che la crepa si sta allargando. 
   Baricco e io abbiamo storie personali ed editoriali completamente diverse. Lui è l'emblema dello scrittore baciato dal successo, io di quello che ha avuto la vita dura. Lui ha tanti lettori, io pochi. Lui guadagna un sacco di quattrini con i suoi libri, io quasi nulla. Lui è lo scrittore facile, io quello "difficile", ecc… Proprio per questo, proprio perché siamo scrittori tanto diversi e addirittura agli antipodi, mi sento libero di comprendere e di rispettare anche le sue ragioni. 

   "D'improvviso mi è sembrato così falso starmene lì" scrive Baricco "come una bella statuina, a prendere sberle dal primo che passa." 
   Così il bersaglio non è rimasto fermo, si è mosso. Non ci sta più a essere liquidato con quattro battute dalle stesse persone che lodano invece libri modesti ma più presentabili, minimalisti e compunti, quando non sono essi stessi affetti dallo stesso bellettrismo iperletterario che non sopportano invece nel loro bersaglio. 
   "Per quello che ne capisco" scrive ancora Baricco "i miei libri saranno presto dimenticati, e andrà già bene se rimarrà qualche memoria di loro per i film che ci avranno girato su. Così va il mondo. E comunque, lo so, i grandi scrittori, oggi, sono altri." 
   Parole scritte dallo scrittore che passa per il più narcisistico e supponente che ci sia in circolazione. Quanti altri scrittori, anche di minore successo commerciale di lui, avrebbero il coraggio di scrivere una cosa simile? 

   Gli scrittori come Baricco suscitano ostilità in quelli che, in fondo, vorrebbero le stesse cose ma non ce la fanno ad ottenerle, che non riescono come lui a sbancare il casinò. Baricco è il bambino fortunato che trasforma in oro tutto quello che tocca, come il mitico Creso. Io invece, di fronte a persone che appaiono troppo fortunate, provo compassione e commiserazione, perché vedo anche tutto ciò di cui la fortuna li ha privati, perché, come dice Erodoto parlando delle città del passato: "Quelle che un tempo erano grandi, ora per lo più sono diventate di scarsa importanza; mentre quelle che ai tempi miei sono grandi, prima erano trascurabili." 
   Una simile ondata di ostilità si era vista anche ai tempi di Va' dove ti porta il cuore della Tamaro, il cui successo era parso intollerabile a molti, che se ne sarebbero stati tranquilli se il libro non avesse venduto tanto. Mentre, se si fosse invece cercato di capire cosa poteva significare un simile spontaneo e naturale successo di pubblico (come facevano gli scrittori del passato nel caso di libri loro contemporanei, anche se di scrittori cosiddetti "minori") avrebbero capito cosa c'era nella pancia della società, cosa stava bollendo in pentola e cosa sarebbe successo di lì a poco nel nostro paese. Ma per farlo bisognerebbe essere vivi, avere passione, anche di conoscenza, mentre queste persone non ci credono più da tempo, non sono in grado di vedere quante e quali cose possono ancora passare attraverso la letteratura, a ogni livello. 

   La storia di Baricco è singolare. Esaltato in un primo momento da influenti critici e operatori culturali, vincitore di premi prestigiosi come il Viareggio, ha potuto assaporare nello stesso tempo la gloria del successo di pubblico e di quello degli specialisti. Era l'enfant prodige a cui molti guardavano con ammirazione. Poi, a poco a poco, è diventato l'esempio negativo, lo scrittore che tutti si vergognano di avere precedentemente lodato e cooptato. Alcuni dei padrini di un tempo gli hanno voltato le spalle. Il successo di pubblico continua e Baricco può addirittura lasciare le major e mettersi editorialmente in proprio (che sia una delle ragioni di questo ostracismo ormai incontrollato?). Ma negli ambienti colti o presunti tali è diventato ormai lo scrittore impresentabile, la puttana che tutti possono permettersi di sbeffeggiare ricavandone status a poco prezzo. I conformisti baricchiani di ieri sono diventati in molti casi i conformisti antibaricchiani di oggi. Che cosa è successo? I suoi primi libri erano tanto meravigliosi e i suoi ultimi fanno tanto schifo? 
   E' da un po' di tempo che questo spettacolo mi dà fastidio. Adesso anche Baricco mostra pubblicamente la sua esasperazione. Non nasconde la crepa che si è aperta anche dentro di lui. Mi viene in mente Francis Scott Fitzgerald, che a un certo punto della sua vita vive un'esperienza di crollo e ne scrive in modo disarmato e "infantile" in un testo straordinario per sincerità e radicalità (The Crack-Up). Criticato per questo anche dagli scrittori suoi amici, come Hemingway, il quale gli obietta che certe cose bisogna trasfigurarle nelle opere letterarie oppure non parlarne affatto (la stessa persona che si sparerà in testa con un fucile da caccia grossa!). Non sto paragonando Baricco a Fitzgerald, voglio solo dire che, a volte, proprio gli scrittori più "fortunati" vedono più da vicino la crepa che si apre nella maschera della fortuna e indovinano cosa c'è dietro. 

   Se molti lodano i primi libri di Baricco e disprezzano quelli successivi, a me invece interessano proprio gli ultimi. Non che non ne veda bene anche la ruffianeria, la paccottiglia, il virtuosismo, i personaggi che si scambiano battute come in uno spot pubblicitario ecc… Però mi arrivano evidentemente anche altre cose che mi prendono e a volte addirittura mi commuovono. Ma è il trionfo del kitsch -sento ripetere da tutte le parti- il mid-cult, scrittura pubblicitaria, di secondo grado! E a dirlo sono, in molti casi, gli stessi che per anni hanno teorizzato la letteratura "di secondo grado" come unico orizzonte possibile in questa epoca. Che vanno in estasi per questo tipo di scrittori, siano essi di "genere" o di "genere letteratura", basta che siano sufficientemente controllati, disincantati, smaliziati, autoironici. Come vanno pazzi per le musiche cinematografiche di Morricone, ad esempio, proprio per il loro aspetto traslucido, postmusicale, scafato. Ma allora perché non sopportano Baricco? 
   Perché, a mio parere, assieme al debordante aspetto "pubblicitario", in Baricco c'è anche un debordante aspetto "infantile". In lui c'è sì molto calcolo, molta furbizia ecc… ma c'è anche un abnorme abbandono infantile, a suo modo sincero, che mi sembra crescere sempre più col tempo e che sta invadendo anche altri aspetti della sua vita (l'articolo-sfogo appena uscito, la sua nuova impresa editoriale ecc). E' questa sproporzione infantile, che per altri è solo narcisismo e patologia, la cosa che mi arriva e mi tocca e che mi rende meno facilmente decifrabile e liquidabile la sua figura. Perché lo so bene che pubblicità e dimensione infantile operano dentro la stessa fascia d'ozono, ma è anche vero che al suo interno si possono comunque giocare molte cose e che una sproporzione tra i due aspetti può aprire e scombinare persino quello che sembrerebbe un gioco prevedibile e chiuso. 
   Qualche anno fa mi era venuto in mente di scrivere un lungo racconto intitolato Il paese dove nessuno sa niente, che poi non ho scritto. Doveva essere la storia di un uomo che arriva in un paese e si accorge con enorme stupore che lì nessuno sa niente, nessuno ha mai letto un libro né conosce l'esistenza dei libri. Il nuovo arrivato comincia a raccontare con parole sue i libri che ha letto, ammaliando gli abitanti di quel paese. Tutta la loro vita cambia, avvengono sconvolgimenti. Attorno a questo straniero si intrecciano relazioni e modi di vivere nuovi, le donne si innamorano di lui, ecc ecc. Non lo so come sarebbe andato a finire questo racconto, ma credo non bene. 
   Baricco è lo scrittore di quel paese. Quelli che storcono la bocca perché credono invece di far parte del paese dove si sa tutto, a forza di sapere tutto o di credere di sapere tutto sono diventati anche loro parte del paese dove nessuno sa niente, sono arrivati per un'altra via allo stesso punto. Baricco porta alla luce questa dimensione, di cui è parte. Ma lo fa con infantile e stregonesca sincerità, se no non "funzionerebbe" così tanto. Crede che tirare fuori una "bella storia" possa riscattare la vita e sia il fine ultimo della letteratura. I suoi personaggi si incontrano in certi snodi, come nei romanzi di una volta nelle locande o al cambio dei cavalli, e lì si scambiano storie e proiezioni di vita. C'è in lui un sentimento perenne di meraviglia, come di uno appunto capitato in un paese dove nessuno sa niente e che, in questa tabula rasa, deve fare partecipi gli altri delle storie che sa. In questo coglie un aspetto reale della situazione presente, di un paese e di un mondo dominato dalla dimensione pubblicitaria e televisiva azzerante. Certo, anche la meraviglia può fare tutt'uno con questa dimensione, ma ci si possono liberare dentro anche altre possibilità e altre forze. Scrive Kierkegaard nei suoi diari: "E' un punto di partenza positivo per la filosofia, quando Aristotele dice che la filosofia comincia con la meraviglia, e non come ai nostri tempi con il dubbio." 

   Lo so bene, non c'è solo questo modo di stare dentro al presente, alle sue rappresentazioni e alle sue macchine di addomesticamento. C'è anche quello di mettersi di traverso, di aprirlo, di sfondarlo, di fargli venire fuori le viscere, l'anima, di liberare al suo interno forze e disperazioni e prefigurazioni che non sapevano nemmeno di esistere fino a un secondo prima. Baricco invece vi aderisce in modo diretto, ed è per questo che appare così credibile ai suoi lettori, così vicino alla loro dimensione e alla loro vita. Per questo, oltre che per le ragioni più corrive mille volte ripetute, Baricco ha trovato tanti lettori in questi anni, è proprio questo che è stato colto a livello emozionale dai tanti. E' su questa fragilità infantile e su questo sogno "pubblicitario" della vita e anche della letteratura che si è creata identificazione. 
   Ma c'è anche un'altra cosa da dire. In Baricco, e in particolare nei suoi ultimi libri, è sempre più incombente la morte. I suoi personaggi cercano di difendersene e di esorcizzarla attraverso un bel gesto finale che li renda esemplari e indimenticabili. Una dimensione sentimentale, ultraromantica e pop, che è l'altra faccia di quella pubblicitaria pervasiva di questa epoca. E' proprio per questo, è perché ormai questa crepa è talmente visibile da apparire quasi indecente, che sono riuscito a leggere i suoi ultimi libri e non i primi (con l'eccezione di Novecento), che non nascondo di averli letti con più partecipazione e interesse di tanti altri piccoli libri che invece ricevono il plauso della critica "seria". Qui, in questa megalomania infantile, sono trasportato nell'indistinzione tra dimensione pubblicitaria e mitizzazione, qui c'è qualcosa che mi avvicina di più a quanto sta succedendo realmente nell'immaginario della nostra epoca e della nostra specie. Questa vita è sempre più al cospetto della morte. Il bambino crede di esorcizzarla inscrivendola in un gesto pubblicitario e sentimentale mitico e unico. Ma non è questa la dimensione in cui vivono oggi le maggioranze degli uomini e delle donne? 
   Alla fine di questo libro mi è venuto addirittura da pensare che se Baricco morisse adesso, magari tragicamente (auguro lunga vita a Baricco!), diventerebbe anche lui un mito. Perché anche i suoi libri sono fatti della stessa labile e ingannevole sostanza del mito diventato pubblicità. L'identificazione sarebbe totale, milioni di persone inscriverebbero anche la sua vita e i suoi libri dentro la propria vita e la propria morte, anche se i suoi frettolosi sbeffeggiatori non ne capirebbero la ragione. 
  
   Che cosa c'è dietro la maschera pubblicitaria della fortuna? Il bambino fortunato ha visto che dietro la maschera evanescente della fortuna c'è la morte e ne è rimasto turbato e sconvolto. Quella che incombe su tutti e quella che incombe anche su di lui, come uomo e come scrittore. Ma è esattamente quello che c'è dietro la maschera della nostra epoca e del nostro mondo. Cerca di aggirarla e di sublimarla mediante il suo sogno pubblicitario e infantile. Come il protagonista del suo ultimo libro che si costruisce una pista che faccia un tutt'uno con la sua vita, su cui lei possa, alla fine, ormai vecchia, correre regalandogli qualche istante di immortalità. 
   E' questo sgomento dell'uomo-bambino che vede la morte dietro la maschera della pubblicità della vita e della fortuna che -al di là del buonismo, degli insopportabili vezzi stilistici e grafici, degli ammiccamenti, delle bellurie- arriva anche a me. 
   Non è scontato -come pensa Baricco stesso- che nel tempo che ci aspetta i suoi libri (ben più dei film che ne sono stati tratti) siano destinati a essere dimenticati.

 

 

 

 
 

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by angelopetrelli

AMORE
 


Così, di colpo
mi colgo sullo specchio
stretto nell'abbraccio
mentre mi proietto
oltre me stesso:
contratto desiderio
e strazio di un soggetto
che mima la fusione. Ma
annulla la finzione e il sogno
di unione più totale
proprio l'oggetto
duro che, intanto,
sale su nel mezzo
di noi due
e che si oppone
corpo estraneo
alla sua stessa affermazione.
 


© 2006, Paolo Ruffilli

poesia edita su www.poetryinternational.org/

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by angelopetrelli

La lettera dell'italianista messo sotto accusa dallo scrittore
"Vede che le parole dei critici non contano niente?"
Caro Baricco, io la recensisco
ma lei non mi legge
di GIULIO FERRONI

Caro Baricco, sono davvero pentito, ma non per la battuta contro Questa storia inserita nell'articolo su l'Unità del 26 febbraio, sì invece per aver scritto più volte su di lei, senza che lei abbia avuto la condiscendenza di leggermi. Ne ho scritto nel supplemento al Novecento della Storia della letteratura italiana Garzanti, ne ho scritto nell'ultimo volume, appena uscito, della Storia e antologia della letteratura italiana (Mondadori Università e Einaudi Scuola), e ho addirittura recensito (nel numero di dicembre della nuova rivista Giudizio Universale) il romanzo automobilistico Questa storia, che lei mi rimprovera letteralmente di non aver recensito.

Qui la differenza è grande: io la leggo, ahimè, senza ricavarne molto, e lei non legge me e ne ottiene un successo planetario. Se le sue emozioni e seduzioni invadono ogni angolo della terra, diffondendo quel virus apocalittico, quell'avvento dell'impensato con cui Citati e Ferroni dovrebbero confrontarsi, ciò vale certamente come un trionfo del made in Italy e dell'azienda Italia: ma non mi pare un trionfo della letteratura.

Certo la letteratura è passione, emergenza dell'imprevisto, conoscenza in profondità di ciò che non si vede: la sua mi sembra invece una letteratura patinata, proiettata sull'orizzonte di una trasgressione pubblicitaria, tra moda e sport... Il "campo aperto del futuro", che lei oppone a chi indugia a frequentare le "mappe di un vecchio mondo", non viene in realtà nemmeno sfiorato dalla "seduzione" mediatica che promana da quella sua scrittura così disinvolta, accattivante, appunto "sportiva".

Siamo proprio lontani da quell'abietto ma sconvolgente Truman Capote a cui è dedicato il film che lei è andato a vedere invece di Lazio-Roma: io ho visto sia il film che la partita e ne sono uscito doppiamente depresso (anche in quanto laziale).

Ma le garantisco che ulteriore motivo di depressione è stato per me sapere che in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico della mia università si è esibito il degnissimo cantante Claudio Baglioni, ma non per cantare, sì invece per leggere brani di Aristotele e del suo Novecento: lo vede che le parole dei critici non contano nulla, nemmeno nelle università dove essi insegnano, e i rettori affidano le scelte culturali a ben diversi soggetti? E allora che se ne può fare di recensioni che del resto nemmeno ha il tempo di leggere? Contrito, le prometto che non recensirò i suoi futuri romanzi, e semmai mi limiterò a qualche frecciatina da "primo che passa".

Un saluto cordiale.

(2 marzo 2006)

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