da L'Alter Ego autunno 2007: [Fortunae Reducis]
La nostra ambizione, è ovvio, è schivare il presente di questa cultura per essere inattuali: dopotutto, a quale più alta condizione si dovrebbe anelare? Questo non sarebbe un preoccuparsi di un prima e un dopo, di un passato e un futuro. Bisogna essere più vecchi rispetto ai più vecchi e più giovani al cospetto dei più giovani; nulla ci trattiene dall’essere primi. Ma qual è allora la nostra superabile condizione? Siamo poi così diversi da quegli eupatrìdes di medietà che rifiutiamo? È pur vero che non siamo ancora del tutto esclusi dal potere; anzi, che invece, alcuni di noi sono dei piccoli prepotenti! Io in prima persona lo ammetto, attorniato da coloro che disprezzo, stando alle cronache, l’avrei ammesso: «prima che Abramo fosse, io sono!» disse. Dunque sono tutt’ora un enigma, anche per me stesso. Tanto mi basta per andare avanti, la ricerca e la conoscenza, compresa quella dei miei limiti; la volontà di remare contro mi è di grande sollievo.
Remare contro, appunto, ma in quale direzione?! Chi sono, dunque, i nostri nemici?! Senza nomi e cognomi il popolino non sa dar pace all’appetito né direzione all’occhiatacce (quand’anche si adegui, senza prevaricare l’idea della non violenza), e in definitiva è molto facile essere querelati di questi tempi, perciò farò di più: vi dirò chi saranno i nostri nemici.
Al momento sospetto fortemente che gli ipocriti lo siano per davvero. Facciamo finta, putacaso, che i nostri ipocriti non siano altro che dei semplici incapaci, ovvero, che i nostri non siano in grado di fare diversamente da quello che stanno facendo, come certe specie di spugne che si spostano inermi per la spinta delle correnti marine.
Quindi, come possiamo colpevolizzarli tanto da punirli e estrometterli da quel movimento, dal loro potere?
Al riguardo, solo attraverso una forma d’ingenuità possiamo trarre una qualche conclusione ragionevole, che definisca cosa è bene e cose è male, o comunque sufficiente ad individuare la causa del potere (il male) che noi rifiutiamo. Dunque, non ci resta che affidarci all’estro e all’intuizione!
Il problema dell’essere profetici è che poi, nell’azzardo, si finisce per aver ragione veramente; questo dovrebbe sconsigliarci di praticare una simile confutazione della nostra limitatezza nel constatare la realtà: se siamo limitati è perché vogliamo esserlo! Il mito della salvezza ne è l’esempio più lampante. L’asino che porta misteri non è mai stato tanto carico; dai devoti dell’”unto” ai partigiani della mediocrità non possiamo che aspettarci questo: il buonsenso. Eppure se un Cristo è esistito deve essere stato un povero genio insensato dell’ironia, un estroso imprevedibile talento con ben poco a che spartire con il personaggio molliccio topos contemporaneo in jeans di non so quale salvezza che ci viene tutti i giorni propinata dalla propaganda (per ignoranza, si intenda, non per cattiva fede). Questa loro ignoranza dunque, il Dio dei pastori, non l’ha mai messa in discussione, tant’è che proliferando ha tolto quel potere ai pochi rendendoli ancora meno. Si direbbe in uno slancio, appunto, di buon senso.
I nostri nemici hanno e avranno il potere del compromesso e la libertà di esserne affetti. Questi politicanti (soprattutto della letteratura) sono i portavoce della demagogia, reclamano con indignazione il diritto di essere ascoltati, vogliono fare le regole, vogliono premiare la propria diversità per trasformarla in omologazione e regime; ma questo non è tutto, questi sono solo i sintomi del malanno. Il problema è che non sanno comprendere il perché della propria sofferenza, ecco il pathos, la ricchezza e il potere, la volontà: così condanno, infamano e disprezzano silenziosamente il singolo come accusano l’intera società per via della loro disperazione, e con lo stesso istinto falsamente titanico si rendono partecipi di una litania collettiva. Sono convinti che la preghiera potrà salvarli, credono di amare l’umanità e qualcosa che è molto più in alto, sono più che mai approdati all’informità e all’odio, i politicanti di questa cultura sono intimamente cattocomunisti. Non sono ipocriti, lo dico, sono dei queruli accattoni, sprovvisti di ogni possibile strumento critico. Quella cultura che richiedeva, poneva l’idea del talento sopra ogni cosa è oramai tramontata. Hanno attraversato il confine i pochi dotati perdendo spessore, e sono già salvi pur avendo sconfitto se stessi. Il talento non è la nostra prigione. Nulla ci trattiene dall’essere primi, neanche il nostro potere.
ap
libri scritti per infastidire bacherozzi, per caso divengono strumenti d’Olocausto
Mara come me di Marco Salvia è stato pubblicato da Stampa Alternativa nel 2004, ma quest’estate è tornato a richiedere attenzione intrecciandosi con l’attualità: il romanzo è stato acquisito agli atti nel processo contro don Gelmini.
Sembra un paradosso, un romanzo legittimato da un tribunale a divenire testimonianza, denuncia, atto d’accusa. Ma si spiega con il fatto che l’autore ha raccolto testimonianze e vissuto in prima persona ciò che ha poi tradotto in materia letteraria. Il sottotitolo è «Omicidio in comunità».
Don Gelmini, abusi sessuali, comunità e omicidi sono le parole chiave del libro. Le situazioni descritte sono ricalcate su vere vite vissute, sfruttate e rigettate di ex ospiti di comunità terapeutiche modello «Incontro»: il padrone – aguzzino del romanzo è un blob di Vincenzo Muccioli e don Gelmini stesso.
Finisce qui la recensione letteraria, inizia l’attualità politica del libro.
Praticamente ignorato per 3 anni anche da chi si sarebbe dovuto sentire colpito da certi riferimenti neanche troppo velati a fatti o persone, è stato richiesto all’editore dagli inquirenti per chiarirsi le idee su comunità e abusi silenziati al loro interno.
Provate a cercare in giro informazioni su San Patrignano et similia che non siano quantomeno lodi sperticate (se non entusiastiche ovazioni) prettamente dal mondo politico reazionario, dai mass – media ad esso asserviti e di conseguenza dal popolo – pubblico. Null’altro.
È difficile riuscire a conoscere i precedenti penali di Muccioli pre San Pa (truffa e frode fiscale) o del famigerato don Gelmini prima di diventare don Gelmini (bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto e truffa) e ricevere dal buon Berlusconi l’assegno da 1 milione di euro a reti unificate. Neanche immaginabile venire a conoscenza degli abusi sessuali perpetrati dai due padri-padroni sui tossici in rieducazione coatta, forzata. Troppo impenetrabile il muro di gomma eretto dalla connivenza politica per poter essere scalfito da simili diffamazioni, figuratevi poi se provenienti da tossici doppiogiochisti al servizio delle lobby giudaico – massoniche. Basta niente per essere screditati.
Eppure: ci furono decine di denunce per abusi contro Muccioli senior, anche da parte del personale specializzato che lavorava all’interno di San Pa (un medico e quattro volontari). Muccioli spiegava che anche il rapporto orale (il suo preferito..) era un modo di «trasferire energia positiva nei miei ragazzi».
Eppure: sono ancora di più le accuse contro don Gelmini sin da quando (1969), girando in Jaguar stava per essere arrestato per una delle sue truffe. Ci rimase quattro anni in galera – dopo essere stato latitante in Sud Vietnam ma poi espulso per un tentativo di truffa alla vedova dell’ex premier - dove però finiva spesso in isolamento per la sua ostinata ricerca di rapporti promiscui con gli altri detenuti.
Eppure.
Dicevo della rieducazione forzata. Muccioli ha subìto svariati processi: da quello «delle catene» per maltrattamenti ai suoi ospiti, sevizie, prigionia addirittura nelle terribili piccionaie; fino a quello per l’omicidio Maranzano, un ragazzo che più volte provò a fuggire e che ogni volta veniva inseguito e riportato «all’ovile» da una squadretta creata per questo tipo di «recuperi». L’ultima volta fu rinchiuso con la squadra punitiva capitanata da Alfio Russo (tossicodipendenti come lui, ma manipolabili a piacere dal guru e ben in carne. Dei veri picchiatori.) e solo allora poté uscire da San Pa, morto, con l’osso del collo e tre vertebre spezzate, abbandonato in una discarica alle porte di Napoli con accanto una siringa. Muccioli ne è sempre uscito uomo libero da questi processi (anche se talvolta grazie alla caduta in prescrizione del reato o all’amnistia). La squadretta punitiva no, finirono in galera, anche se per pochissimo – tranne Alfio Russo che ha scontato qualche anno. Carne da macello, pedine sacrificabili per il più alto scopo del recupero della gioventù dalla droga.
Muccioli in gioventù sentiva di possedere poteri medianici, e facendo da medium tra il Cristo (!) e i suoi adepti predicava la spoliazione dai beni materiali e le passioni della carne. Si tagliuzzava anche, con un trinciacarne, per mostrare i segni delle stimmate. Questo cenacolo di dissociati fu la pietra d’angolo di San Patrignano.
Escluso lui, tutti gli zar antidroga delle più grandi comunità vestono l’abito talare. All’interno di queste, solo il 13% degli educatori è costituito da personale specializzato (psicologi, sociologi, medici). Il resto è volontariato (cattolico, of course ) o ex tossici (plagiati al punto da essere definibili guariti). Questo è il monopolio della chiesa nella lotta alla droga, come ho già detto, il plauso entusiasta della politica di destra, per tanti motivi: innanzitutto, c’è totale aderenza tra il programma politico di un qualsiasi partito di destra e il programma terapeutico di una qualsiasi comunità a conduzione cattolica. La famiglia, la vuota retorica dei valori «di un tempo» da salvaguardare e l’idea di una società all’insegna dell’homo homini lupus per cui bisogna essere pronti a trasformarsi in pescecani liberisti e doppiopettati: mors tua vita mea, in comunità infatti è incoraggiata la delazione del compagno che infrange le regole.
Fra destro-politici e comunità preticratiche il do ut des permea tutte le relazioni, le alleanze strategiche. Ci sono validi motivi per guardarsi benevolmente gli uni gli altri. Per esempio:
nella stragrande maggioranza dei casi, un tossicodipendente – che per strada provava una totale indifferenza, se non una rumorosa insofferenza per la politica conservatrice – in comunità diventa un acritico, ideologizzato all’acqua di rose, reazionario. Convintissimo del proprio voto in sostegno di «tolleranze zero» e «decreto Fini» vari. Indottrinato a dovere dagli educatori, praticamente vota per rinnegare il proprio passato. Vota: perché in comunità si è privati delle comodità di casa, della propria privacy e del sesso, ma non della messa settimanale e del diritto al voto. Stipati tutti insieme in furgoni scassati, vengono accompagnati come un branco di animali pericolosi (vietatissimi contatti, ed anche solo cenni, con la società sana) ad assolvere il loro dovere di buon cittadino cattolico. E votare a destra è condizione imprescindibile per assurgere a tale status, o quantomeno ottenere benevolenza da parte degli educatori. Inoltre dietro ad ogni tossicodipendente c’è una famiglia, una moglie, i parenti: così l’assioma «Berlusconi fa del bene a don Gelmini – don Gelmini fa del bene a mio marito / figlio / nipote – Berlusconi fa del bene a me» stimola riconoscenza da mostrare in periodo elettorale, quantomeno dai parenti più indecisi.
In pratica le comunità sono un enorme serbatoio di voti e le apparizioni dei politici al loro interno sono veri e propri comizi elettorali. Per questo Berlusconi dona un cospicuo assegno,Letizia Moratti si fa costruire una villa all’interno di San Pa (dalla manodopera, spesso professionale e completamente gratuita presente in tutte le comunità: nessuno degli ospiti viene pagato per il lavoro svolto, poiché considerato terapia...), Fini propone l’istituzione del primo carcere privato (il liberismo conviene sempre: si demandano ad altri i rischi di gestione del problema droga, per poi cavalcare politicamente l’eventuale successo, ovviamente), carcere privato d’Italia, sempre a San Pa, e sempre lì il ministro per le Infrastrutture Costa inaugura il più grande ospedale europeo per sieropositivi.
Ci sarebbe anche da raccontare del fiume di denaro che scorre attorno al recupero dei tossicodipendenti. Molte comunità sono a pagamento, le altre «stimolano» la gratitudine delle famiglie, ma tutte ricevono dall’ASL di competenza contributi per ogni singolo ospite. Si va dai 35-40 euro al giorno per un «semplice » tossicodipendente, agli 80-100 euro per un detenuto che sconta la pena fra cavalli, maiali, e verifiche di gruppo (molti fanno esplicita richiesta di tornare a scontare la pena in carcere) fino ai quasi 500 euro per un tossicodipendente detenuto e con gravissimi problemi fisici o mentali, che necessiterebbe di costante attenzione specializzata, e che invece è affidato agli altri ospiti della comunità, senza alcuna preparazione ma con tanto tempo a disposizione. Tempo naturalmente non retribuito.
Ci sarebbe ancora tanto da dire, ma credo che quello che ho scritto sia una buona introduzione a Mara come me, sempre che abbia stimolato il vostro interesse, altrimenti continuate a ridere di quei furgoni pieni di ragazzi dalle facce grigie e lo sguardo basso.
roberto lucchi
Mara come me.
Omicidio in comunità
Marco Salvia
Stampa Alternativa (2004)
(Collana Eretica 121p., brossura, 9 euro)
Ebbene, grazie al morboso addestramento di questi ultimi dodici mesi e all’aiuto di qualche cortese amico, si riparte come ogni volta (in una nuovissima, e migliore veste grafica) sperando sia quella buona. L’alter ego tra lanci e strappi riprende la sua navigazione nel mare magnum delle più o meno invisibili riviste letterarie, senza però elemosinare novità e significative variazioni di rotta rispetto all’ultimo numero del maggio 2006. È innanzitutto centrale l’indirizzo “periodico di estetica e cultura letteraria”. Considerato che la permanenza all’interno della semplice categoria letteraria sarebbe stata, in limitazione, un motivo di biasimo, e tutto sommato anche una mancanza di coraggio, il problema si è posto nel domandarsi: perché mai non utilizzare gli stessi strumenti critici per poter lavorare in termini decisamente meno complementari ampliando così i nostri interessi in ambito estetico? Una domanda senza risposta che è già qualcosa avendo in sé il sapore di una presa di coscienza, e spero non vogliate dubitare della sua bontà. Ma verrebbe da chiedere, allora: di cosa ci siamo occupati in questo numero? Ovviamente, come al solito, di ciò di cui nessuno parla, selezionando quello che giustamente e non è passato sotto silenzio, sia nel bene che nel male. Ogni criterio di selezione è per sua natura un fattore discriminante, condizione che proiettata il nostro andazzo in un’etica, o anche più semplicemente in una condotta da seguire, ciò comporta quasi sempre un imbarazzo; è questo il darsi delle vedute nette e riconoscibili, dacché eventuali e future incoerenze sarebbero per il pubblico ancor più palesi e facili da additare contro.
A dirla tutta, aneliamo occuparci di cultura. Ma questa cultura non si fa trovare, non si fa conoscere, chi ne fa parte si tiene ben nascosto, deve essere una setta ascetica, eremitica, adamantina a fregiarsi di un simile onere, di questa predilezione per la lindezza o, meglio, per il silenzio. Eppure manifestazioni, serate, discussioni ed incontri, premi Barocco e non, prolificano sempre con maggiore impeto, esibendo trofei e commensali compiaciuti; per non parlare poi della magnificente Notte della Taranta, il culmine di ogni rappresentazione identitaria di questo pressappochismo culturale. Orsù dunque: esportiamola, esportiamola, colonizziamoci!
Un discorso a parte andrebbe fatto sempre e solo per la letteratura: fiumane di libri, figli dell’editoriale locale, scorrono sugli scaffali delle librerie. Vengono prodotti con inverosimile continuità ed abbondanza questi ordigni pronti ad esplodere in tutta la propria mediocrità: ma chi mai li leggerà mi chiedo, chi si prenderà la briga di giudicare e debellare le terroristiche ambizioni di questi feticci cartacei? Ah, questi editori alfabetizzati quanto ancóra hanno da capire! Quando comprenderanno che la loro destinazione dignitosa è il farsi fuori da soli?! Contro questa cultura (quella che si fa abbondantemente trovare), anche leccese, ritengo necessarie alcune precauzioni. Si potrebbe iniziare, come regola, con lo smettere di rimpinguare le tasche della suddetta editoria a pagamento; cioè farla finita sia come scrittori paganti che come lettori paganti. Questo rigore sarebbe già qualcosa. L’alter ego, da ciò, si è posto un ulteriore problema: quello di rintracciare all’interno del marasma locale e nazione le rarissime eccezioni, e proprio di queste tratteremo, per quanto possibile, di volta in volta.
L’idea stessa di una scelta tanto restrittiva, come dalla proposta de L’alter ego dovrebbe evincersi con chiarezza, ha uno scopo altrettanto preciso, perentorio. Per allontanarsi con decisione da quella folla enorme che preme verso il suo fine nella maniera più convenzionale, che intende con ciò progredire ed ampliare il proprio bagaglio di conoscenze e farne così un segno distintivo, l’immagine di un miglioramento, come un’istituzione meritoria. Perché non sarà poi tanto utile questo foglio prodotto dalla volontà di pochi, per coloro che erigendo quella istituzione dovranno sforzarsi ed esaurirsi nel crede di essere di fronte a delle utili letture «contro», annodate ad un lavoro oneroso e che, portato avanti, si conclude nel silenzio dell’omologazione, nell’indifferenza della storia. Insomma mi riferisco, come sempre del resto, a coloro che si definiscono fautori di un’arte (e di una promozione) socialmente impegnata, e portatori di una felicità che si merita con il sudore della devozione: che si parli d’ispirazione ideologica o demistificata autoreferenzialità essa vuole solo evitare l’ammissione più crudele, la più sincera, la totale inopportunità ed invivibilità dell’attuale sistema culturale (nonché di questa imperante demagogia che i molti chiamano civiltà!). Detto ciò, L’alter ego vuole adempiere ad un scopo serioso e salvifico: cioè superare l’imbarazzo di questa incomprensione, quella che ci vede erroneamente, sempre e comunque, da una parte dalla barricata. Crediamo si possa andare anche oltre, valicando i limiti di questa dialettica di opposizioni forvianti e pose impegnative. Non è più questa d’attualità. D’altro canto abbiamo smesso già da tempo di occuparci di noi stessi. Non vogliamo alimentare più alcun sospetto. Difficile da capire, ma non saremo mai dalla stessa parte. Come dire: l’art pour l’art ? Forse. Vi svelerò un segreto, anzi il mio è un nobile consiglio, un’esortazione: educate, educatevi! Questa è la cultura dominante, lasciatevi pure colonizzare.
Buona lettura.
angelo petrelli
da Parvum Parva Decent
Prossimamente su L’Alter Ego
interventi critici di Andrea Aufieri
e Marco Caloro
su “ Canto blues alla deriva ”
Sulla nota del Sindaco Adriana Poli Bortone
in merito alle questioni della Cultura
Fa tenerezza Adriana Poli Bortone, nella nota a difesa della sua politica culturale. A sostegno della sua idea di pluralismo e di libertà, produce un elenco di nomi e di associazioni che hanno usufruito del sostegno dell’assessorato alla cultura, ma non specifica con quanto denaro sono state supportate le singole iniziative e qual è il budget complessivo destinato alla cultura, sarebbe interessante saperlo per fare un bilancio complessivo.
Sappiamo che c’è l’obolo e c’è il finanziamento. C’è l’anticamera per l’obolo e c’è il tappeto rosso steso. Ci sono, poi, le piccole vendette, alcuni illustri artisti e cercatori di linguaggi della città non sono presenti nell’elenco, significativamente per un ostracismo decretato nei loro confronti, dal sindaco o da chi in sua vece dispone i sì e i no. Artisti fuori dal comune! Per rispetto non ne facciamo i nomi.
Ma, non è questo il problema, quella prodotta dal sindaco è solo una risposta superficiale che non entra nella sostanza degli argomenti posti dagli artisti e dagli operatori culturali intervenuti sul protocollo intercorso tra l’amministrazione comunale e gli organizzatori del Premio Barocco, che è questione di spesa (200.000 euro per tre anni) ma anche di progettualità, di valutazione e di orientamento contenutistico e valoriale.
Allora sarebbe interessante entrare nella sostanza e non fermarsi allo specchiettino esposto per accecare gli ingenui. Il merito su cui è importante esprimersi è quello sugli orientamenti di politica culturale intendendo questa come priorità e infrastruttura essenziale delle strategie future della nostra città. Che fare allora di luoghi tenuti fermi nella loro vocazione? La strategia di politica culturale si compie negli spazi e non bastano due o tre mostre l’anno, un ciclo di presentazioni di autori per tenere in piedi l’idea di un Castello, il Carlo V, attivo e vivo sul fronte dell’operatività. Non bastano la fiera degli antiquari e i balletti per far vivere lo spazio dei Teatini o i matrimoni celebrati per dare un senso al Conservatorio Sant’Anna. Serve la responsabilità gestionale e il coraggio dell’affidamento, la concertazione di direzioni e di linee di investimento per permettere uno spettro largo di interventi, di programmazioni, di proposte culturali. Questo è pluralismo e libertà. Questo è il rinascimento che auspichiamo.
Per dovere di cronaca il mio intervento in occasione del Ricordo a Rina Durante era a titolo gratuito. L’iniziativa ‘Le mani è l’ascolto’, vetrina di suoni e di parole che il Fondo Verri organizza dal 26 di dicembre al 6 di gennaio è stata sostenuta dall’amministrazione comunale con 700 euro per il noleggio del pianoforte. Spiccioli di bilancio a fronte di un’attività costante e ricca di occasioni che il Fondo Verri offre per tutto l’anno alla città.
Intanto con un buon andamento cresce l’elenco di chi si dichiara contrario al Premio Barocco a Lecce.
La lettera dell'italianista messo sotto accusa dallo scrittore
"Vede che le parole dei critici non contano niente?"
Caro Baricco, io la recensisco
ma lei non mi legge
di GIULIO FERRONI
Caro Baricco, sono davvero pentito, ma non per la battuta contro Questa storia inserita nell'articolo su l'Unità del 26 febbraio, sì invece per aver scritto più volte su di lei, senza che lei abbia avuto la condiscendenza di leggermi. Ne ho scritto nel supplemento al Novecento della Storia della letteratura italiana Garzanti, ne ho scritto nell'ultimo volume, appena uscito, della Storia e antologia della letteratura italiana (Mondadori Università e Einaudi Scuola), e ho addirittura recensito (nel numero di dicembre della nuova rivista Giudizio Universale) il romanzo automobilistico Questa storia, che lei mi rimprovera letteralmente di non aver recensito.
Qui la differenza è grande: io la leggo, ahimè, senza ricavarne molto, e lei non legge me e ne ottiene un successo planetario. Se le sue emozioni e seduzioni invadono ogni angolo della terra, diffondendo quel virus apocalittico, quell'avvento dell'impensato con cui Citati e Ferroni dovrebbero confrontarsi, ciò vale certamente come un trionfo del made in Italy e dell'azienda Italia: ma non mi pare un trionfo della letteratura.
Certo la letteratura è passione, emergenza dell'imprevisto, conoscenza in profondità di ciò che non si vede: la sua mi sembra invece una letteratura patinata, proiettata sull'orizzonte di una trasgressione pubblicitaria, tra moda e sport... Il "campo aperto del futuro", che lei oppone a chi indugia a frequentare le "mappe di un vecchio mondo", non viene in realtà nemmeno sfiorato dalla "seduzione" mediatica che promana da quella sua scrittura così disinvolta, accattivante, appunto "sportiva".
Siamo proprio lontani da quell'abietto ma sconvolgente Truman Capote a cui è dedicato il film che lei è andato a vedere invece di Lazio-Roma: io ho visto sia il film che la partita e ne sono uscito doppiamente depresso (anche in quanto laziale).
Ma le garantisco che ulteriore motivo di depressione è stato per me sapere che in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico della mia università si è esibito il degnissimo cantante Claudio Baglioni, ma non per cantare, sì invece per leggere brani di Aristotele e del suo Novecento: lo vede che le parole dei critici non contano nulla, nemmeno nelle università dove essi insegnano, e i rettori affidano le scelte culturali a ben diversi soggetti? E allora che se ne può fare di recensioni che del resto nemmeno ha il tempo di leggere? Contrito, le prometto che non recensirò i suoi futuri romanzi, e semmai mi limiterò a qualche frecciatina da "primo che passa".
Un saluto cordiale.
(2 marzo 2006)
Domenica, 12 Feb 2006 21:46
Non credevo di poter mai investire il mio senso critico nel Suo mimetico operare, Angelo, la cui sete di visibilità velata da una discreta intelligenza non è poi per nulla diversa da quella di molti altri creatori di blog, "ludici ed integralisti," dei quali la rete (è)* si agghinda quotidianamente, forse per nulla diversa, anzi, da quella di molti creatori in generale. Ma, vede, la domenica sera alle volte mi viene una irrefrenabile voglia di "parva", le stesse che attribuiva all'ultimo tra i suoi detrattori, la cui profondità teorica e semantica, tra l'altro, non è molto dissimile da quella degli altri che Le scrivono..ma Lei, sempre armato della coerenza di chi riesce a scrivere "non lo sono (un critico) nè voglio esserlo" salvo poi farsi definire "poeta e critico letterario" sulle biografie della sua pubblicazione, sarà sicuramente superiore a tanto..Lei che ha l'affanno di definirsi "esule",dove, per corretta analisi sintattica, l'implicitazione ricorre menzionata ("a cura di ap e pochi altri") come i suoi studi (?) chomskiani (e tarskiani) le insegneranno: il suo latino magari le ricorrerà ancora più utile e se ex-solum o -sedes riesce davvero ad autodefinirsi chi,non solo è perfettamente inserito nel contesto nel quale opera, ma addirittura trae da esso ambrosia e autostima, allora Lei riesce seriamente a stimolare la mia più divertita Einbildungskraft! Per ciò che riguarda il suo poetare,poi, credo che lì la mia analisi debba spingersi davvero oltre le Sue squisite capacità.. Lei mio caro, nella prassi, non mi fraintenda; è la sua opera,anzi meglio il suo operare: vede, esso grida agli intelletti alti e comuni, ma a quelli sottili e rari, invece, grida e perora il suo aristotelico luogo naturale, lo stesso nel quale io lo collocai da tempo..affetto e stima...
saluti a lei e alla parvula città che la abbraccia...
ANONIMO(VENEZIANO?)
*a-grammaticale arguzia microsintattica dell'autore di difficile spiegazione congetturale: più o meno del genere "dummheitenmachen"in una variante di matrice incerta
Giovedì, 16 Feb 2006 13:53
boh?!
ps. "non lo sono (un critico) né voglio esserlo" è (una parafrasi) di Lucini(Gianmario) di Poiein, per altro, Lucini che parla di Lucini, non io, mai!
e comunque caro non creda che io non sappia leggere, e immaginare!!!
Immaginare a cosa mira con disinvolta ragionevolezza - COMUNQUE FALSAMENTE NOTEVOLE LA NOTA DA VERO NAZISTA!!! - come un qualsiasi richiamo alla forza, e alla ragione, probabilmente all'ordine. Solo di una cosa ho vanità ed orgoglio: di essere l'unico de la waste land che non fa promozione letteraria (né marchette).
Sono convinto che la mia posizione le sia ben chiara, così la lascio alla sepoltura dove si perdono le ossa, e la rimando alla prossima.
SALUTI
pps. e veda caro che "(una parafrasi) di Lucini (gianmario)" è una metonimia.
ANGELO PETRELLI
Poco prima
Caro Julik,
ho ricevuto la fotografia e il biglietto, ma le due cose non vanno d'accordo. Nella lettera ti lamenti, quasi piagnucoli come un bimbetto di cinque anni, mentre sei un ragazzo grande e forte e dovresti affrontare gli avvenimenti con coraggio e con calma tranquillità. Tu stesso mi hai scritto una volta che la scuola che frequenti serve per non perdere un anno di studio; e ti par poco? Poi bisogna vedere se i rimproveri che ti fanno non sono meritati. In ogni caso se bisogna fare una cosa, bisogna farla senza lamentarsi, senza guaire come i cagnolini da latte, in modo da trarne tutto il profitto. A me non piace che un ragazzone come te si lamenti, mentre nella fotografia pare che tu sia risoluto, tranquillo nella volontà di raggiungere il tuo scopo; così mi piaci molto e ti faccio tanti auguri.
Ti abbraccio.
MASCIR GANTJON
(senza una traduzione ragionevole)
I QUATTORDICI COMPASSIONEVOLI di Luigi Di Seclì
(Luca Pensa Editore 2005, p.757, 20 euro)
Nessuno scrive un libro, una narrazione in versi di più di settecento pagine senza un motivo, o per solo diletto: questa è la principale considerazione da fare prima di accingersi alla lettura di una delle più recenti ed azzardate pubblicazioni della Luca Pensa Editore, il “Romanzo Poema” (per autodefinizione dell’opera da parte dello stesso autore) I quattordici compassionevoli
di Luigi Di Seclì. Ritengo che un qualsiasi testo per essere significativo debba, appunto, articolarsi intorno ad una precisa necessità di fondo; nello specifico ho dunque individuato un termine in relazione al quale stendere questo breve intervento, cioè “l’ambizione” del grafomane di essere considerato uno scrittore. I quattordici compassionevoli di Di Seclì (originario di Taurisano, classe ’50) è solo l’ultima di una lunga serie di pubblicazioni dello stesso per case editrici locali: tanto che in questo caso specifico, dovendo analizzare il testo, dobbiamo necessariamente considerarlo “singola parte” all’interno di un vasto corpus: serie formata da un discreto numero di raccolte poetiche, racconti e romanzi, e da, al caso nostro, romanzi poema. Questo lavoro, che è da intendersi come capitolo quinto del ciclo de “Gli speranzosi”, e che l’autore ci propone come “monumento alla misericordia umana”, è il secondo romanzo poema scritto da Di Seclì negli ultimi anni; il primo è stato Le dieci Cantate di un cantastorie (edito nel 2003). Nelle cinque lettere scritte dall’autore al lettore per introdurre l’opera, risulta evidente lo sforzo profuso da Di Seclì nel significare le scelte stilistiche e concettuali sulle quali è costruito il testo; ma soprattutto questa introduzione è un modo come un altro per affermare in anticipo sull’eventuale lettura cosa c’è di letterario e non nella narrazione proposta. Le intenzioni che animano questa lunga prosa poetica non sono assolutamente una scusa plausibile per i modesti risultati che la stessa ottiene, ma ne sono quantomeno pretesto, credo, e prova di buona fede. Stile a parte I quattordici compassionevoli, a suo modo, non è di certo una novità nel panorama dell’editoria salentina: edito dalla stessa casa editrice, la Luca Pensa, solo pochi mesi addietro Neuropa di Gianluca Gigliozzi ha riscosso ben altro successo da parte della critica locale e nazionale. Questo di Di Seclì è invece l’ennesimo icastico volo pindarico (di facile ricaduta al suolo) di un nostrano amate della scrittura. Non è parte dello stesso pensiero debole la volontà di un autore di proporre come necessari i propri valori e le personali passioni. La vitale umanità di Di Seclì in effetti sorregge le pagine di questo volume mitigando la totale inadempienza dell’opera a quei requisiti minimi che la renderebbero “letteratura”, e in qualche modo interessante, fruibile, credibile agli occhi di un lettore attento. Senza interrogarsi sulla possibile liceità del metodo di analisi e di giudizio stesso, possiamo constatare che ne I quattordici compassionevoli un discreto numero di stilemi senza soluzione di causa strutturano il verso in un non-verso. D’altro canto la narrazione non è una narrazione, ma nemmeno una non-narrazione. Così il lavoro di Di Seclì si staziona in una condizione di mezzo, di inespressività che non convince affatto. La lingua utilizzata nel poema finisce per essere una parodia di se stessa, senza comunque divenire caricaturale o meglio barocca (nella definizione più borgesiana del termine). Questo romanzo in versi è un susseguirsi prosaico e cantilenante dove la parola, o l’espressione re-interpretata, ri-coniata (attraverso una serie di bizzarre proposte tout court) non evoca, né sembra realizzare o racchiudere in sé una qualsiasi forma d’originalità. Il lessico è così paranoico e noioso, senza per altro possedere la forza dell’ossessività, che non produce alcuna particolare tensione enfatica o ironica del testo. Questo libro, frutto di diversi anni di lavoro da parte dell’autore, è la riprova di quanto sia semplice sovvertire le buone intenzioni, l’impegno e le risorse di una casa editrice locale in un prodotto senza ombra di dubbio di scarso profilo letterario e difficoltosa commerciabilità.
ANGELO PETRELLI
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