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Categorie LA GRANDE PROSA

by angelopetrelli

INVOCAZIONE ALLA MUSA

da Canti del caos di Antonio Moresco (parte seconda)*

 

si è esaurito su I B S Ho saltato il fosso, ho scavalcato il tempo. Ho accettato la sfida, l'ho provocata. Attraverserò cruentemente il campo nemico facendogli credere chissà cosa per poi trascinarli tutti quanti fin dove ci porterà questo sogno non ancora sognato, questo agguato. Mi espanderò in questi spazi pieni di comicità, disperazione, delicatezza e disprezzo. Entrerò nelle latrine di questo tempio scoppiato, con la mia solitudine, con la mia fiamma. E tenderò e scardinerò queste strutture in fuga totale verso non si sa dove. Le sue linee curve, i suoi piani, le sue sfere. Mentre tutti, da ogni parte, se ne stanno fermi su un piano che non esiste, su un filo di tempo che non esiste. Attorno alle loro tavole apparecchiate, fisse: i piatti al loro posto, le posate, i bicchieri. Anche i riflessi delle luci tutti al loro posto, incollati. Niente che si solleva da terra. Niente che si muove, che trema. Qui invece tutto vibra, vibrerà. I bicchieri sbattono l'uno contro l'altro fin quasi a spezzarsi, vanno in pezzi contro i miei denti quando me li porto alle labbra per brindare sulla voragine di questo inizio posto dentro un inizio. Le posate si spostano a ondate sulle tovaglie, le afferro con la mano nell'aria, nello spazio. Le pareti si spalancano da tutte le parti, i lampadari si inventano orbite nuove sopra le nostre teste in fusione, in fiore, mentre diamo inizio a questo pranzo di nozze e a questo sisma. Sono seduto io a capotavola, questa volta, per la prima volta. Mi fissano da tutte le parti quelle testoline sfuocate, mentre ogni cosa non riesce più a stare dentro se stessa, prende vita. Tutta la macchina si accende, si riaccende. Tutti gli occhi girati verso di me mentre, dentro il suo scarponcino, il mio piede vibra a sua volta sotto il piano del tavolo, sbatte contro le gambe delle sedie, manda in frantumi i tacchi degli invitati, di cristallo. Li guardo a mia volta con i miei occhi bruciati. Tutta la mia persona trema in questi spazi strappati per azzardo, per sogno, venuta da un altro mondo, da tutt'altro mondo. Io salgo dalle zone negate, allontanate. lo sono la voce che non ha mai parlato. Il mio scrigno non è ancora stato scovato, è inviolato. Sono inclinato barbaricamente dentro lo spazio, seduto sul mio sfintere, come altri prima di me, sui loro scroti dorati, sulle loro fiche ispirate. Dammi, o Musa, le forze cieche, indistinte, per andare avanti in questa poltiglia increata, spalanca di fronte a me i tuoi specchi, accoglimi nel tuo sbrego oceanico cieco, nella tua polpa molle piena di bagliori!

 

 

ANTONIO MORESCO

 

*la copertina invece è della prima parte

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Heiner Müller

La seconda epífania

 

 

 

 

 

 

 

 

I. RITORNO A CASA.

 

Camera con letto matrimoniale. Un soldato russo violenta una donna tedesca. Entra un uomo nell'uniforme a righe dei campi di concentramento col triangolo rosso dei detenuti politici. Per un poco assiste alla scena, poi ammazza il soldato. La donna si butta via di dosso il morto, raccoglie i suoi vestiti in brandelli, si mette contro il muro.

 

DETENUTO Ti chiedo scusa, compagno. Non avrei dovuto colpirti così forte, vero. Siamo comunisti, voi ci avete liberati, ma mia moglie è mia moglie. E può anche darsi che a lei sia piaciuto, in fin dei conti, 12 anni senza marito. La proprietà è un furto, vero. (La donna lo picchia, lui la spinge via) Per quanto tempo sei stato senza una donna. lo per 12 anni. Tu non hai idea di cosa siano 12 anni di lager, come puoi saperlo, tu vieni dall'Unione Sovietica, chi crede alla diffamazione. La fame e il lavoro che rompe le ossa. Cava di pietre, chi non può alzarsi più, è morto. Oppure ai forni. Alla fine dovevamo scrivere noi stessi la lista di chi andava nel forno, ebrei per primi. Non avrei dovuto colpire così forte, vero. Il sangue. Quattro giorni di marcia a piedi attraverso campagne pestate, con gioia nelle viscere per ogni casa distrutta.

Hanno quel che hanno voluto, vero. Mi senti ancora. 1 cavalli mi hanno fatto pena nell'Elba vicino a Magdeburgo, dove hanno massacrato una colonna di profughi. Un braccio bianco che dall'acqua si protende verso un bambino morto trascinato dalla corrente. E’ morto, vero.

 

Si addormenta. Pattuglia militare. I soldati, data un’occhiata al morto, svegliano bruscamente l’uomo. Lui intontito nel sonno canta l’Internazionale. I soldati col calcio del fucile lo spingono fuori dalla stanza.

 

 

2. BENVENUTO A VORCUTA

 

KAPO Ehi. Tedesco. Perché non avete vinto.

DETENUTO (tace)

KAPO Fascista leccami gli stivali. (Pausa). Di’ Heil Hitler. (Pausa Il detenuto alza il pugno nel saluto comunista. Altri detenuti lo atterrano a colpi.) Benvenuto in patria bolscevico.

 

 

 

 

 

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