De.licio.us Dada
Categorie GLI INEDITI

by angelopetrelli

tratto da L'Alter Ego - Ottobre(2007)

Manifesto dell’arte onanistica*

 

Aborriamo il contatto umano. Ci deliziamo per civetteria di un onanistico plurale majestatis senza tempo. Amiamo le parrucche e la passamaneria. Le visioni estetiche non necessitano della patetica carezza, rifuggono dal volgare tastare. Tenetevi l’amore e l’odio, la passione. Il palato e le dita sono la bestemmia del fine udito, dell’estatico occhio, del naso delicato. La pornografia, culmine dell’arte, maschi dalle capaci protuberanze che schidionano femmine dai delicati neuroni vegetali, la pornografia balza a essenza del mondo e fine della Storia. Disprezziamo il patetico bisogno di narrativa, della prosa volgar della lingua, della falsa necessità di sanità del mondo malato da secoli. Ci prendiamo cura dei nostri disturbi, un Tick nervoso vale più della gioconda. Lo squallore ci disturba attraendoci, lo contempliamo senza toccarlo e dunque, unico gesto definitivo, rassicurante, sublime, naufrago su un’isola felice assediata dalle tempeste, il gesto onananistico, basso e infimo, alto e sublime, fine a se stesso, termine della percezione. Lasciate alle formiche l’operosità delle strutture, animale insensato e dramma mieloso, perfezione dell’insufficienza, lasciate alle scimmie la disciplina del lavoro, animale grottesco - in questo, non neghiamolo, attraente – ridicolo trapeziere nel bosco delle attività umane. Invidiateci la nostra decisione cristallina, pura, non mercificata dal viavai, il nostro estremismo del disfatto, la nostra lucidità incompromessa, la mano che si protrae sicura verso la carne dell’Io. Bestemmiateci gli uni e gli altri come io faccio con voi. Noi continueremo a navigare sicuri, sapienti, immobili del tutto già visto e del tutto già fatto producendo sola verità, arte onanistica, gesto sciolto dall’assoluto, in attesa della fine che ricopra di terra la nostra passeggera posizione nel tempo e nello spazio. Aborriamo tutti i movimenti d’emancipazione femminile in quando espressione degenerata e primaria fonte eversiva dell’arte digitale; ne consegue che aborriamo la donna in quanto fisicamente impossibilità all’esperienza decisiva dell’arte onanistica, mancanza che relega la stessa in una categoria di genere umano inferiore. Aborriamo la critica reader-oriented fallace più dell’amore. Aborriamo il concetto di avantesto. Aborriamo la lettura denigratoria di Northrop Frye dei vangeli. Aborriamo l’esistenza fisica degli abitanti di Philadelfia! Aborriamo i molluschi, gli echinodermi e gli asiatici in quanto sessualmente poco dotati, ed alcuni primati troppo somiglianti a Saul di Tarso, ed in genere sospettiamo di tutti gli esseri viventi privi di dito opponibile. Rivendichiamo alcune potenzialità inespresse dall’LSD ed altre dogre psichedeliche, come quella di risolvere il problema esistenziale di ignavi e fricchettoni. Noi aborriamo la fortezza trinitaria e neo-pagana del cattolicesimo europeo, e la monotona sodomina[sik] praticata dagli strutturalisti francesi traviati dal mito della retorica classica. Noi adoriamo solo il Gesù americano e il suo sogno quotidiano di dominio dei nostri cuori!

           

Gruppo Meccanografico di  Newark (New Jersey)

done on september eleventh 2007 AD



 

* La traduzione dal testo originale: Coocking with hand  è a cura di Antonio Pagliara e Angelo Petrelli. Si ringrazia, inoltre, per la concessione dei diritti di riproduzione il prof. Steven Fallowes docente di Numismatica dell’Università di Allentown (New Jersey)


 


dove trovare il prof.S.Fallowes

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by angelopetrelli

Le recensioni de L’Alter Ego 06

Il male di Dario Bellezza.Vita e morte di un poeta,

di Maurizio Gregorini, Stampa Alternativa 2006; ‘Eretica Speciale’, 200 p., € 13

 

La notte tra il 30 e il 31 marzo 1996 si spegneva Dario Bellezza, assistito nelle notti piene d’angoscia degli ultimi mesi da Maurizio Gregorini, autore , regista e sceneggiatore molto noto per la causticità delle sue riflessioni critiche.

Gregorini decise di tenere un diario di quelle notti, annotando lo scempio che l’Aids faceva di un uomo e di un poeta, un provocatore sarcastico e allo stesso tempo straziato per la sua omosessualità e il suo stesso carattere.

L’esperienza venne pubblicata nel 1997 per i tipi della “Castelvecchi” dell’editore Antonio Porta, molto amico di Bellezza, e il libro andò completamente esaurito quasi subito, ma la vicinanza della scomparsa dell’artista e l’aspra polemica che seguì la sua morte indussero Gregorini ad omettere molte parti che troviamo invece in questo nuovo libro. Così come scrisse a suo tempo Enzo Paris nell’introduzione al “Castelvecchi”, la narrazione e le considerazioni dell’autore sembrano sempre impregnate di rabbia, e in un’intervista a Gregorini pubblicata quest’anno su “La Voce” se ne ha la conferma. Una rabbia che Giuseppe De Grassi su “Il Giornale del Mattino” interpreta come presa di coscienza dell’inevitabile scomparsa di un poeta, accortosi nel peggiore dei modi di non possedere la stessa virtù dei suoi versi: l’immortalità.

Pesano anche alcuni aspetti del carattere di Bellezza, come la decisione di farsi curare da una “macchina” non ben definita che lo fece soffrire in modo atroce, per l’impossibilità di farsi comprendere, e perché, infine, egli andava incontro a una morte violenta tra l’indifferenza di molti “amici”.

Superate le crude ed estenuanti quarantacinque pagine del diario, si approda alla sezione dedicata ai colloqui tra Gregorini e Bellezza nei nove anni in cui essi si sono frequentati. Emerge qui un ritratto particolareggiato di Dario, dove le ripetizioni non sono omesse «non solo perché si potesse avere la sensazione di un cammino lento, percorso su di una strada che riconduceva al punto di partenza, ma anche perché era proprio di Bellezza tornare con insistenza, quasi con enfasi – e quasi egli presagisse il destino della sua opera -sui temi a lui cari (soprattutto la convinzione di non meritare affatto l’amore): insomma una ascesa/discesa verso abissi e vette, in un altalena ininterrotta di emozioni e stati d’animo contraddittori.»

La sezione mette in risalto il rapporto di amore e odio avuto con Pier Paolo Pasolini, cui Dario dedicò “Morte di Pasolini”, enunciando la continua tensione dell’autore ligure alla ricerca del bell’assassino, di una morte letteraria.

Molto più sentite le amicizie strette con Sandro Penna e con Alberto Moravia, due dei pochi che l’autore di “Morte segreta” considerava degni di rispetto, tutto il contrario dell’amaro rapporto con Elsa Morante.

Tragico è anche il rapporto con la poesia, cui un tempo Dario affidava un potere salvifico, poi rinnegato. L’intervista coglie il momento in cui questa transizione sta accadendo:

“Non so.(...) lo sforzo di un poeta è quello di conquistarsi una identità. Le poesie per me sono come lo specchio di casa; in esse mi rifletto, ecco perché continuo a scriverle e infine a pubblicarle. Ora sono portato a interessarmi della mortalità dell’umano e all’immortalità della specie. Bisogna comprendere che la vita non ha importanza, non esiste. (...) Di vero c’è solo la letteratura, ahimè, purtroppo.(...) qualcuno da grande scrittore sa intonare il canto dell’assenza, le sue sfaccettature infinite. Io non sono in grado perché troppo doloroso cantarla stando dalla parte dell’esclusione.”

Tra i forti rimpianti di Dario v’era proprio quello di dover abbandonare la scena quando arrivava per lui la fama, quella che gli costò l’essere sbattuto in prima pagina quando si apprese del contagio, notizia che, alimentata dall’ignoranza e dalla paura, lo portò ad essere allontanato dagli amici.

La terza parte propone alcuni inediti che Bellezza regalò a Gregorini, mentre in ultimo vi sono interviste ad amici e intellettuali quali Paolo Mosca, Elio Pecora, Antonio Veneziani e Maria Luisa Spaziani.

Le interviste ci fanno comprendere perché, a dieci anni dalla morte del poeta, nessuno si è preso la briga di pubblicare l’intera sua opera nonostante il rinfocolarsi dell’interesse soprattutto dei giovani, che trovano su internet sporadici spazi a lui dedicati.

Alcuni degli intervistati dicono di preferire il Bellezza romanziere, altri il poeta, quasi tutti non si pronunciano sul suo testamento, ma sta di fatto che dai tempi di “Proclama sul fascino”, apparso postumo nel 1996 per Mondadori, si sono viste solo altre tre pubblicazioni, tra le quali spicca per coerenza e vastità “Poesie 1971-1996”, edito nel 2002 da Mondadori e curato da Elio Pecora.

Si parla di una errata gestione dei manoscritti e dattiloscritti lasciati da Dario, di incomprensioni e rancori che durano tutt’oggi, se è vero che Gregorini ha deciso di distruggere tutte le registrazioni che ha effettuato per l’ultima stesura del libro, in modo che nessuno possa più intimargli di consegnarle. Per avere un’ultima conferma del passaggio significativo di Bellezza nel panorama letterario italiano, concludo riportando il ricordo che Maria Luisa Spaziani regala ai lettori:

“Ogni tanto Pier Paolo (Pasolini, che le presentò Bellezza - ndr) era solito farmi regali simili. Mi portava delle persone; è capitato due o tre volte. Debbo dire che quando accadeva vi era sempre qualcosa di interessante da scoprire. (...) Quelli che mi presentava erano sempre ragazzi in possesso del sospetto della bellezza. E una persona che ha il sospetto della bellezza ha già in sé, nella sua anima, una luce diversa dagli altri.”

 

Andrea Aufieri

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by angelopetrelli

IL TEMPO E DONATINO

di Giuseppe Cristaldi

 

-Donatino? Donatino? Ah, eccoti, dai avvicinati un momento che ho da dirti, ho da proporti.- il pusillo smunto, cogli occhi fissi sul niente perché adusati al niente, mosse timidamente il passo di piagnistei purulenti degli alluci costretti.

Era tanto lo stupore, ridondante come una goccia nelle crepe dell’arsura,perché sebbene il trapasso materno lo avesse marchiato di un nome nessuno si sarebbe mai preoccupato di interagirvi,di prodursi cioè nell’uso di tale marchio, a meno che un giorno o l’altro non si fosse deciso di tenere la collezione di maschere per sé,di recuperare perciò i generosi prestiti.

Improvvisamente fece per proseguire a carponi come colto da un  deliquio, ma la voce tuonò di nuovo: -Ma… Donatino, ti pare il caso?

-Mi perdoni. Lei capirà, ho rimediato due colpi concatenati, ineludibili e per di più provenienti da fonti differenti.

-Ah, due colpi… e quali sarebbero queste fonti? Orsù, illuminami!

-Il suo intento d’identificazione ed il mio intento d’identità, maestro.

-Denoti un acume eccelso quest’oggi, ma è necessario che tu renda un messaggio ignudo senza l’artificio delle parole, lo implica la mia funzione.

-Mio maestro,non ha forse scorto gli occhi strabuzzati, la bocca schiusa e poi l’iniziale presunzione del mio incedere? Dico, non ha evinto il terreno velleitario?

-Perché? Diffidi ‘sì tanto del mondo manifesto?

-Più che diffidare del mondo manifesto, che in verità è l’aia assegnatami, diffido dei miei ed altrui tentativi d’essenza.

-Deo gratias! Tu dai tuoi “cogito ergo sum” non guarirai mai. Mettiamola così allora: fai un salto fin qui, vieni al mio fianco senza timori che in questo cerchio la velleità è narcotizzata dalla mia ambizione.

L’ometto ordunque si tese in una falcata emulando il ballo di un sassolino scagliato sul pelo dell’acqua. Il maestro era assiso su una poltrona mobile ed in quel frangente gli volgeva eloquentemente le spalle.

-Immagino che questa posizione rinnovi il tuo stupore, arguto Donatino, ma t’impongo di non arrabattarti per ciò, il senso del nostro incontro è un altro e coinciderà inesorabilmente con l’epilogo. Cominciamo: … mmh, chi sei? Si, chi sei, Donatino? – l’interlocutore per tutta risposta si nascose in un ossequioso silenzio.

-Donatino, possibile tu non profferisca una soluzione a te stesso?

-Non saprei come cominciare, esimio maestro.

-Non interromperti in continuazione, l’uomo è un flusso senza fonte né foce e non un fiotto intermittente. E’ più utile che continui anziché cominciare. Suvvia!

-Dunque, vediamo un po’… potrei essere il frutto di una volontà erotica, ma così non capirò mai il mio edonismo ed arriverei addirittura a paventarne la neutralizzazione; potrei essere chi dico di essere, ma in quel caso come supporterei la mia tesi per cui la parola è la massima corruzione della verità? Oppure potrei essere il giudizio altrui, ma per contro gli altri diverrebbero il mio giudizio e giungeremmo così ad identificarci attraverso un accordo di dipendenza: niente di più paradossale.

Ecco vi sarebbe una sfilza di “potrei” da prendere in considerazione… - a questo punto insorse il dispotismo vocale del maestro come un effluvio di sapienza:

-Ma si tratterà pur sempre di “potrei” ed il condizionale è inammissibile nel campo dell’identità.

Bel sermone, indubbiamente, per tua fortuna però oggi sono avviluppato d’indulgenza e tutto, quasi tutto, scorre incontrastato. Donatino, in ultimo, ammesso che tu riesca ad insozzarti d’ignoranza, desidero  rispondere io stesso alla tormentosa domanda, voglio avvalermi cioè di una presunzione tale da affibbiarti un’identità.

-Faccia pure maestro purché i miei occhi e la mia bocca non accusino ulteriore stupore.

-Bene. Donatino, tu “vorresti essere” mentre sei, ma ti ritrovi ad essere a causa di ciò che “sarai”. Speri in un “te stesso” mentre vivi ed è grazie a ciò (ma non lo sai) che sopravvivi. Per farla breve:ti vivi addosso.

-Chiedo venia maestro, ma l’identità è una soluzione? Crede si possa vivere avendola?

-E’ qui che intendevo arrivare mio caro Donatino – a tal punto la poltrona ruotò sicché il ragazzo ebbe modo di alimentare le sue parche voglie.

-Il senso,la risposta,la proposta è nell’epilogo. La tua identità è accucciata nel felice occaso e nel momento in cui ne entrerai in possesso l’avrai già smarrita. Ora china il capo…

-Un istante maestro, un’ultima domanda: mi ricorderà come un alunno modello?

Il maestro indugiò un poco e poi concluse:

-Ti ricorderò per la tua nudità. Adesso dormi, dormi, lascia che il torchio di “Mara” sprema la tua parvenza.     

 

 

                                                                                    

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by angelopetrelli

Utilità della lettura di Poe

racconto di E.Imbriani

 

 

 

«Sono venuto a prendere lo svitatubi».

«Ah, si? E sei sicuro che sia qui?»

«L'ho visto l'altro ieri» disse entrando.

lo non avevo in verità capito cosa mio padre cercasse, ma, poiché non scorgevo implicazioni che riguardassero la mia persona, non mi preoccupai oltre, chiusi la porta e me ne tornai nello studiolo.

Quella mattina faceva il caldo che c'è da attendersi dall'estate piena; seguendo l'istinto della gatta, stesa immobile sul pavimento, economizzavo i movimenti: voltar pagina, usare la matita, prendere un appunto, evitando quelli inutili, per non cominciare a sciogliermi. Ero tutto preso, insomma, dall'applicazione di quella strategia e dalla lettura quando riapparve mio padre, stravolto, sudato, tutto rosso in volto.

«Che ti è successo?» gli chiesi molto sorpreso.

«Non c'è» rispose tutto incavolato.

«Che cosa»

«Lo svitatubi». E si diede una gran manata sulla coscia, come se fosse successa chissà quale disgrazia. «Sono stato in giardino a cercarlo e non c'è».

In un primo momento pensai che volesse solo la mia solidarietà, ma poi compresi che se la stava prendendo con me.

«Guarda che io non so niente di quell'affare».

Mi alzai dalla sedia e lo seguii in giardino per aiutarlo a cercare. Lì c'è un angolo riservato a molte cianfrusaglie che butterà appena avrò finito di scrivere questa storia, scarpe vecchie, conchiglie, barattoli di vernice disseccato, utensili vari. C'era anche una chiave inglese, e, molto ingenuamente, ritenni di aver scovato il contumace: naturalmente non era così.

«Sto cercando lo svitatubi, non questa chiave. Ho rovistato bene, ma è sparito. Eppure l'altro ieri c'era».

«Ma questa chiave non ti andrebbe bene lo stesso?» Speravo di convincerlo con la forza della ragion pratica.

«Sì che può servire, ma io cerco lo svitatubi, che è a forma di pappagallo, è più leggero, ha le ganasce sottili e i manici ricoperti di una plastica rossa».

Questo si chiama amore per la precisione. Andammo a vedere nello sgabuzzino, in garage, nella stanza da bagno, dappertutto nei luoghi riposti dove per qualsiasi motivo potesse trovarsi, anche se certo nessuno lo aveva spostato negli ultimi due giorni.

«Ma sei sicuro che non sia a casa tua?» gli domandai finalmente, con il risultato di renderlo furibondo.

«Sono sicuro di averlo visto qui,» si mise a gridare «in giardino, ci sono passato vicino, ce l'ho ancora davanti agli occhi; adesso è sparito, quindi qualcuno lo ha preso».

«lo no, certo».

«Allorci qualcuno che ti gira per casa».

«lo non l'ho toccato e non l'ho prestato a nessuno» ribadii.

«Forse qualcuno dei tuoi fratelli».

«Vivono a casa tua, chiediglielo. E dai un'occhiata pure lì, può darsi che ti stia sbagliando».

«lo non mi sto sbagliando».

Infine se ne andò con la chiave inglese, scuotendo la testa. Anch'ìo ero contrariato, visto che il mio più importante obbiettivo per quel giorno, di risparmiarmi, in pratica, era fallito. Mi rimisi al tavolino.

Eberardo il Tedesco nel suo Laborintus include esempi di quasi tutte le figure di parole e di pensiero che appaiono nella Rethorica ad Herennium; cito, poi, lo zeugma o l'hypozeuxis come strumenti per preparare le introduzioni. Infine, dimezza il numero dei dieci tropi elencati dallo Pseudo-Cicerone. Il Barbarismus, il terzo libro dell'Ars grammatica di Elio Donato (siamo alla metà dei IV secolo), se ne allontana in misura molto più netta; qui lo zeugma è la secondo delle figure di parola elencate. Zeugma è in effetti il giogo che unisce due direzioni e le costringe ad essere contemporanee e parallele; ne è l'esempio più classico il dantesco "parlare e lagrimar vedrai insieme" (Inf XXXIII, 9) pronunciato dal conte Ugolino: qui un verbo ne regge altri due, ma impropriamente, perché Dante potrà udire il conte, non vederlo parlare; ebbene, l'effetto poetico dei verso è proprio il risultato di una tanto semplice e lineare forzatura, che sembra nascere da un momento di disattenzione e si rivela in un quasi impercettibile, sotterraneo sentimento di dislocazione di asimmetria, sotto cui l'artíficio si nasconde abilmente. lo zeugma è pagano, come il centauro: i primi monaci nel deserto cercano l'unicità dei cuore, la semplicità, aplotes, che si oppone alla dípsuchia, alla duplicità dei cuore: ciò significa di fondo custodire la mente, vigilare sui propri pensieri, porre attenzione a mantenere una sola direzione nei sentimenti: i monaci vogliono un cuore monaco e naturalmente rinunciano al matrimonio. Se è questa la vera sapienza, come meravigliarsi dei disprezzo verso il matrimonio proprio dei pensatori delle università cristiane? la nota vicenda di Abelardo, invitato da Eloisa, amante e discepola, a evitare il matrimonio perché sconveniente a un filosofo, illustra perfettamente la necessità degli intellettuali di allora di conservarsi, per così dire, monotematici; su questa scia, e saltando i secoli, vai forse la pena ricordare la dichiarazione di Sherlock Holmes di non volersi sposare per non correre il rischio di condizionare negativamente la sua capacità di giudizio. Lo schema dello zeugma applicato alla letteratura ha prodotto personaggi anche materialmente e fisicamente doppi, come il popolo dei vampiri e dei licantropi, dei dottor Jekill e di Mister Hyde, i miscugli come la creatura di Frankestein e Quasimodo; nella pittura dei secondo Medioevo i grilli ne costituivano gli antecedenti, immagini quasi casualmente composte di parti di corpi e di oggetti combinate in modo bizzarro a rappresentare motivi di un immaginario ricco e strabiliante, seppur privo di film e televisione e strumenti elettronici e di letteratura diffusa. Baltrusaitis, è noto, presenta come fantastico questo miscuglio tra l'inerte, il vivo, il costruito; Bosch, probabilmente ne è il miglior collettore. Tuttavia, come argutamente osserva Caillois, il fantastico di Bosch appartiene a un discorso coerente, rappresenta un universo caratterizzato da sistematicità che si manifesta nei rilievi e negli affreschi presenti nelle chiese romaniche, ai margini dei manoscritti, nelle volute capricciose, nelle fiore, nei bestiari, che utilizza le visioni dell'Apocalisse, i supplizi dell'inferno, le tentazioni in cui vengono indotti gli anacoreti nel deserto. Il vero fantastico ha bisogno della sorpresa, di una vera e propria asimmetrici interna, di una logica che in qualche luogo si interrompe, e zoppica. Non a caso proprio gli esseri zoppi sono i protagonisti mitici dei viaggi straordinari nell'aldilà, come Ulisse ferito al ginocchio, Edipo piedigonfi, Cenerentola... Se ne era reso conto forse lo stesso Collodi che aveva imposto alla lumaca custode della casa della fata un'andatura lentissima e liberato Pinocchio dalla veste asinina solo quando si era rotto una gamba.

lo vivo solo, ma, quando quando i miei impegni non mi portano troppo lontano, vado a pranzo dai miei. Così avvenne anche quel fatidico giorno.

Entrando in casa dopo essere stato sotto il sole per il breve tratto che dovevo percorrere provavo una piacevole sensazione di fresco.

«Buongiorno».

Dal coro di risposta di madre e fratelli mancava la voce di mio padre che, dopo un istante, con tono gelido mi disse solo:

«Lo hai trovato?» Il senso di refrigerio aumentò. A quel punto commisi un errore molto grave, perché senza riflettere chiesi a mia volta:

«Trovato cosa?»

Il refrigeratore si riscaldò; non poteva ammettere che l'utensile scomparso non fosse in cima ai miei pensieri, anche perché mi riteneva responsabile di qualsiasi cosa gli fosse capitato.

«Questa è l'educazione che vi abbiamo dato?» (il tema era ricorrente nelle discussioni più animate) «Non vi ho mai chiesto niente,» (l'arrabbiatura coinvolgeva adesso il resto della famiglia che però era all'oscuro di tutto) «qualche volta, non sempre, pretendo solo un po' di attenzione».

«Ti ho già detto che di quell'affare... »

«Lo svitatubi».

«Appunto, non so niente».

«Ma che succede?» Un intervento di mia madre fu giudicato inopportuno dagli astanti, curiosi di assistere alla discussione come se fossero a teatro, per cui la povera donna fu messa a tacere, con mio disappunto perché speravo da lei un appoggio contro la requisitoria che si stava preparando.

«Quando un oggetto scompare la colpa è di chi lo ha in custodia».

la discussione sempre più accesa, continuò durante il pranzo, le accuse si ripetevano ed erano rivolte ora a me, ora ai miei amici: non a tutti, per carità, anzi, nessuno di essi, preso individualmente, si sarebbe certo mai permesso di prendere qualcosa senza avvisare, ma chissà per quale meccanismo, collettivamente potevano avere qualche responsabilità; in tutto questo, uno solo aveva ragione, uno solo non si era ingannato, uno solo era innocente, e cioè mio padre.

Fu un lampo, un colpo di genio. Mi alzai da tavola:

«Ho capito tutto.» dissi «Vado a casa mia, torno tra cinque minuti» e corsi via.

Poco dopo ero dì ritorno, trionfante, con il braccio levato e lo svitatubi ìn mano.

Fu un successo. Da più parti mi venne chiesto come avessi fatto, mio padre si rasserenò, e tutto felice mi disse:

«Hai visto, imbecille, che avevo ragione io?»

«No, avevi torto. Avevi anche un po' ragione, ma adesso ti spiego».

li avevo in pugno, proprio come lo svitatubi, avevo catturato la loro attenzione, forse anche un briciolo di ammirazione.

«Beh, allora?» questi era mio fratello minore.

«Prima vi racconterà come sono arrivato alla soluzione». lo adoro nei gialli questo tipo di conclusione.

«Ah, noi Non cominciare... » si levò un lamento.

«Invece starete a sentire, e se qualcuno prova ad andarsene questo affare glielo suono in testa». l'argomento parve convincerli.

«Conoscete il famoso racconto La lettera rubata di Edgar Allan Poe?» Sui volti sorpresi da quel nome si leggeva la più totale ignoranza dei tema e una dose di commiserazione nei miei confronti. Ma continuai imperterrito: «Un losco ministro si era impossessato di una lettera molto compromettente che apparteneva a un importante personaggio della corte di Francia e che utilizzava come strumento di ricatto; questo personaggio si era rivolto per riavere la lettera al prefetto di Parigi che, dietro la promessa di una altissima ricompensa, avrebbe dovuto cercarla. Si trattava di un documento che il ministro aveva certamente nella sua abitazione per poterlo immediatamente utilizzare all'occasione, senza portarselo addosso, nel qual caso qualsiasi aggressore avrebbe potuto appropriarsene. Approfittando delle frequenti assenze dei ministro, la polizia per mesi aveva frugato nell'appartamento e in quelli vicini, con i sistemi più sofisticati, ma senza scoprire nulla. Il prefetto, allora, chiese l'aiuto dell'investigatore Dupin il quale in pochissimo tempo fu in grado di trovare la lettera: essa non si trovava evidentemente nei luoghi nascosti dove era stata così poco proficuamente cercata, ma collocata, dopo essere stata contraffatta nell'aspetto esteriore, in modo quasi sciatto e casuale, in un portacarte appeso alla parete, visibilissimo, nello studio dei ministro. Fu un gioco, per Dupin, impossessarsi della lettera e restituirla al prefetto. Capite? A volte il modo più sicuro per nascondere qualcosa è di metterla sotto il naso di chi la cerca. Noi a cosa mia abbiamo fatto come i poliziotti dei racconto: abbiamo rovistato dappertutto dove pensavamo che lo svitatubi dovesse essere e nei luoghi riposti; ora, il genitore ha affermato ripetutamente di averlo notato certamente, mentre camminava in giardino, e di conseguenza doveva trovarsi in un posto molto visibile. Ho fatto questo semplice ragionamento (veramente all'inizio era stato solo un'intuizione), sono andato a caso con l'idea di mettermi al centro di ogni stanza per dare una semplice occhiata in giro; ebbene, in cucina è avvenuta la rivelazione: lo svitatubi stava pacificamente in tutta evidenza sul piano inferiore dei carrello portavivande. Come fosse arrivato lì non lo so, ma sappiate che si è fatto catturare senza opporre resistenza. Quindi, coro padre, tu credevi di aver visto questo aggeggio dove pensavi che dovesse essere il suo posto, e l'errore, d'altronde, è comprensibile visto che la cucina dà nel giardino: tu lo avevi visto di passaggio, ma hai confuso gli ambienti. Questo succede nelle menti che non sono sfiorate dal beneficio dei dubbio e che ricevono conferma alle loro sicurezze dalla sclerosi delle arterie».

Nessuno mostrava di aver apprezzato come speravo il mio discorso, e addirittura la conclusione fu accompagnata dal paterno vaffanculo.

Sparecchiammo con ritrovato umore e riponemmo lo svitatubi con ogni cura. Pensai che la vicenda poteva costituire un buon argomento per introdurre il mio saggio sullo zeugma; così, tornato a casa mi rimisi al lavoro, e, dopo aver riflettuto un po' sulle associazioni dell'immaginazione e sulla dislocazione, e ragionato di anfibolie, malapropismi, duplicità, ubiquità, obliquità, cominciai a scrivere dal titolo: Zeugma, le associazioni sorprendenti...

 

 

 

EUGENIO IMBRIANI

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by angelopetrelli

tratto da

24 TAUTOSONETTI(amorfi)

 

1

morale monumento alla mia

montura me questa monovalenza

da mistico monsignore monoico

e monomaniaco me il male

la minaccia a minacciarci

questa mia metastasi di merda(,…)

 

2

oppure ostica ossessione

o origine ad oriente che

ordinaria ombra e l’obolo

nell’ora offensiva ed oscura

l’oblio l’oscillazione l’orlo

dell’orgia ovante ad ovest

nell’occhiata obliqua ed orba

e nell’orgasmo ostinato d’Onan

l’oscenità onesta od omessa?

 

3

ricordati di ritornare rara

rima o rimando resto d’un mio

rigetto mio rinnegando questa

repubblica di repubblichini

di rinculi nel rieletto regno

reggia di regina rottinculo

 

4

trasognato tempo di trasparenze

trasmigrazione di tragedi tesi

in trappola o tranello o tonfo

tragicomico traguardo di tutti a tondo

 

ap

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by angelopetrelli

4 spezzoni di un racconto scritto male, prettamente idiota e non concluso

***

era pesantemente truccata. un rossetto vistoso le marcava labbra mettendone in risalto ad ogni sorriso i denti che per contrasto erano molto più vicini ad un giallo da fumatrice incallita che ad un sano bianco preconfezionato. Michele rimase colpito da questa volgarità così poco fraintendibile. tant’è che non cerco minimamente di essere educato. salutò a stento con un cenno della mano i seduti al tavolo. oltre tutto i due insistettero nel guardasi. gli altri commedianti proseguirono nelle loro discussioni. Michele frugando tra le sedie trovo un posto proprio vicino a lei dividendola dal suo accompagnatore che non batté ciglio.

***

teatralmente A - «appena torniamo a Milano lo lascio, mi ha rotto». e poi sibilando «vieni con me a Milano?» socchiuse la bocca sbattendo gli occhioni neri impastati di rimmel. piegò leggermente il collo avvicinandosi con il viso verso la spalla di lui senza poggiarsi. - «bugiarda» subito replicò Michele all’interno di un piccolo sorriso sfiorandole con le dita il mento. poi riprese se stesso vedendo lei apparentemente meno convinta - « anzi no, forse lo lasci, ci credo, ma sei comunque una bugiarda » all’ultimo si tradì, poi riprese spavaldo. e ancora « perché dovrei crederti?!». e lei con ferma risposta - « che stronzo però! ». A proseguì l'idillio baciandogli il naso.

***

alla fine Michele tornò stanchissimo a Lecce. poco prima delle quattro del mattino. appena arrivato alle soglie della città vide l’oscena ruota raffigurante i dieci comandamenti illuminata dai fari azzurrognoli e lì posta come punizione dall’amministrazione di centro-destra. non desiderare la donna d’altri - alzati per un attimo gli occhi e lasciando perdere il maledetto stereo notò l’impietoso monumento in tutto il suo ammonirlo. ma di chi poi?!

***

e che cazzo! - gli parve di sentire in lontananza distintamente.

ap

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by angelopetrelli

 da MOLOKH II

 

 

4.

 

sono l’ordine di nascite diverse,

 

- ti dico – o di morti/ o di movimenti nelle fiamme,

del destino forse , per certo alla fine mancanze

pericolose – ovviamente – orribili, ma non è il classico

zolfo la puzza, né il clima di sconfitte o di guerre

già perse, basterebbe ammirarle queste bellezze

 

- potrebbe essere – o anche vederle leggermente

immortalate negli affreschi del dolore, al posto giusto,

insomma in rotondità scavate di volte e di teste vuote,

o di caverne, all’occultarci finale nel nostro sole/signore

 

- ti dico -  meglio una luce più bassa/ radente/sottile

che renda plastico il volto dell’attesa, e la meta,

lo sai, quest’utopia ceduta ai posteri/credo, quei morti,

la scena dei colori non sa più che farsene di noi

e lascia stare ciò che ci insegna in stile/ in sconfitta

 

 

6.

 

– no, non è precisamente una prospettiva -

più che altro una prova di fede, una salto malfermo,

di buio in buio – queste immagini sorgono tra i freddi

della mente, sono scuole di soprassalti, credimi,

o di ragioni più calde, queste mucose semenze

vengono al solo segnarti di mille onde, sono lumache

questi cervelli, bestie senza vertebre, onde psichiche

 

 

 

angelo petrelli

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