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by angelopetrelli

LA FIGURA DI ANTONIO VERRI

Quest'intervista è stata pubblicata sulla pagina culturale de IL PAESE NUOVO del 9/9/05

E’ stato recentemente ripubblicato a quasi vent’anni dalla prima volta il romanzo “I trofei della città di Guisnes” di Antonio Verri, da una casa editrice calabrese, la “Abramo editore” nella collana “Le Onde”, diretta da Mario Desiati e Mauro F. Minervino. “I trofei della città di Guisnes” è considerato il lavoro centrale della produzione di Antonio Verri, scrittore, poeta ed operatore culturale di Caprarica di Lecce, uno tra i principali animatori del dibattito letterario degli anni ottanta, dell’Avanguardia meridionale, prematuramente scomparso nel ‘ 93, a soli 44 anni, a seguito di un incidente stradale. Pubblicazione questa che ha nuovamente posto il problema e l’attenzione sulla difficoltà di reperire e leggere le opere dell’autore salentino, come già hanno fatto nel recente passato, e continuano a fare, scrittori e studiosi nostrani, tra cui il più attivi di certo Rossano Astremo, Mario Desiati, Antonio Errico e Fabio Tolledi. La letteratura di Antonio Verri è un fluire di idee contrastanti, tal une altissime altre in netta contrapposizione, basse, quasi frugali; una scrittura, questa, del tutto atipica nei confronti delle tendenze e dei preconfezionati filoni espressivi; possiamo persino definirla barocca, stravagante, musicalissima, senza ombra di dubbio sofferta; una poetica tra le più complesse del secondo novecento, attraversata da un’idea di lingua come perenne commistione tra prosa e poesia, tra slanci lirici, e facili e risolutivi espedienti retorici nei quali il linguaggio si risolve nel suo ciclico fluire.

E proprio di Antonio Verri, Eugenio Imbriani amico dello scrittore e docente di Antropologia Culturale all’università di Lecce ricorda la figura, dicendo la sua sui molteplici profili, tra presente e passato, del mondo culturale salentino.

Qual è il ricordo più nitido che le rimane di Antonio Verri?

Antonio teneva al suo secondo nome, Leonardo, che gli consentiva di distinguersi dall’omonimo professore di filosofia che ha insegnato a lungo nell’Università di Lecce; in realtà, nei suoi libri, negli articoli, nelle lettere quasi mai lo utilizzava, e, riflettendoci, mi pare che soprattutto negli ultimi anni della vita insistesse un po’ a marcare la sua identità. Come molte persone che lo hanno conosciuto, ho riflettuto a lungo sulle circostanze della sua morte, ho ripercorso l’incredibile serie di circostanze per cui si è ritrovato di notte con la minuscola 126 ansimante a velocità ridottissima a subire il tamponamento di un bolide che chissà cosa aveva da correre. Ho anche riletto più volte, e non sono stato il solo, i gesti, i comportamenti, le parole degli ultimi tempi come se fossero segnati da una specie di premonizione, e in questo ho fatto rientrare anche l’uso del secondo nome. Ovviamente, sono elucubrazioni di chi cerca di farsi una ragione, ma, ancora oggi, non riesco a pensare a quegli avvenimenti come a una normale terribile disgrazia, o alla condizione dei vivi che prima o poi, per un motivo o per l’altro, prevede che si muoia. Antonio aveva una figura ingombrante, asimmetrica, sembrava impacciato nei movimenti; già questo lo rendeva vicino, invitava alla complicità; in assoluta coerenza con l’aspetto era la voce, profonda, arrochita dal fumo, credo, assolutamente inconfondibile al telefono quando mi chiamava, come ha sempre fatto, per cognome: mi veniva di rispondergli come Mosè sul Sinai: eccomi. Ma poi l’approccio perentorio si stemperava in un parlare morbido, tutt’altro che fluido, con le pause e gli intoppi, lento e contorto; ci voleva un po’ perché arrivasse dove voleva arrivare, e seguirlo poteva costare fatica, ma in imprese che sempre erano orientate dall’intelligenza, dall’onestà intellettuale e da corposissime motivazioni morali e civili.

Che cos’è che lo rendeva così speciale, tanto da renderlo, in quegli anni il vero e proprio fulcro della cultura underground salentina…

Antonio aveva solo quarantaquattro anni quando è morto, ma lasciava una notevole produzione letteraria e poetica e una intensissima attività di promotore e operatore culturale. Era un poeta e uno scrittore, innanzitutto, ed è giusto ricordarlo in questo modo, ma il suo lavoro e la sua ricerca non erano mai pensati al di fuori di un impegno volto all’organizzazione di attività, riviste, giornali – fra l’altro, è stato editore –, mostre, manifestazioni di vario genere, allo stimolo constante delle intelligenze, alla partecipazione; era un catalizzatore di incontri, riusciva a tenere i contatti con un numero impressionante di artisti e di intellettuali, viventi e operanti in tutto il mondo, e costituiva il tramite di rapporti e relazioni tra persone che spesso si sono conosciute proprio grazie a lui. Era una persona buona, allegra, attenta alle sollecitazioni, stimolante, ma rigorosissima nel suo rapporto con la scrittura, quel mondo di parole, di lettere, che immaginava ballerine, clownesche, delle quali raccontava la natura giocosa, eppure imprigionata dalle convenzioni e dalle gabbie semantiche e grammaticali. Amava infilarsi in avventure che, col senno di poi, è facile definire improbabili, ma devo dire anche che di persone disposte a stargli dietro ne trovava, eccome.

E riguardo al romanzo I trofei della città di Guisnes di recente ripubblicazione?

I trofei della città di Guisnes è il libro in cui forse più organicamente presenta la sua poetica.

Inoltre, se non vado errato, fu straordinario il lavoro fatto da Verri con “Il quotidiano dei poeti”…

“Il quotidiano dei poeti” uscì per sei giorni filati, anche a Milano, e rappresenta forse al meglio il desiderio di scuotere, svegliare le coscienze, di urlare la dignità degli artisti, di quanti dedicano la loro vita alla letteratura e alla poesia; è rimasto nella memoria l’invito con cui dava il via a quei fogli: “scrivete fogli di poesia, poeti…” Trovare i soldi per vivere era per Antonio più o meno la stessa cosa che trovare i soldi per produrre, per pubblicare, portare avanti le riviste, e poi ancora le mostre e i giornali, e seguire le vicende personali e dolorose di Toma o di Edoardo. Una volta gli proposi due anni di vacanze, con una montagna di libri da leggere; non la prese neanche come battuta, con tutto quel che c’era da fare.

Secondo lei, cos’era a dare tanta voglia, e tanta capacità impegno a Verri nel suo fondamentale lavoro di operatore culturale?

Agiva fidandosi della forza delle idee e delle persone, non faceva affidamento sulle istituzioni in quanto tali. Ricordo ancora che il sindaco del suo paese, aprendo il consiglio comunale dedicato alla commemorazione di Antonio, dichiarò il suo stupore per quel che si era mosso dopo la sua scomparsa, ed esprimeva la meraviglia di tutti, degli altri consiglieri, dei concittadini; credo che Antonio basasse le relazioni con gli altri sostanzialmente sull’entusiasmo condiviso per i progetti e sulla responsabilità personale, non su quello che essi rappresentavano sul piano economico e istituzionale. Mi pare abbastanza logico che non si fosse mai laureato, sebbene si fosse iscritto all’università e contasse tra i professori dell’ateneo tanti amici; aveva, inoltre, una impeccabile conoscenza della letteratura del Novecento, ma non aveva intenzione di studiare temi che non lo appassionavano, aveva altro da fare.

In quegli anni Verri, tra i tantissimi impegni, collaborò anche con il suo Titivillus…

Titivillus non era mio, ero membro della redazione e della società editrice; non ero il solo matto, ce n’erano altri. Decidemmo di pubblicare un mensile che doveva occuparsi di vari aspetti della vita culturale, lo dividemmo in moduli, musica, arti figurative, attualità, letteratura, antropologia, e ci dividemmo un po’ i compiti; all’inizio eravamo davvero un gruppo nutrito di persone, Antonio e altri si sarebbero defilati, ma quell’esperienza fu esaltante, seppure breve, per via dei debiti che riuscimmo ad accumulare in un anno. Sono convinto che un giornale pensato in quel modo potrebbe aver fortuna oggi, potrebbe costituire un importante polo di aggregazione e di discussione.

Ha qualche ricordo in particolare, qualcosa che col passare degli anni la fa ancora sorridere… Tenemmo una riunione in cui stabilimmo l’essenziale, per Titivillus, ma non riuscivamo a trovare un titolo soddisfacente, che andasse bene a tutti e finalmente Salvatore Colazzo disse trionfante che aveva trovato la soluzione ma che ce l’avrebbe comunicata solo a cena; ragion per cui, come spesso accadeva, andammo a Sternatia al Mocambo, da Vito, classificato da Maurizio Nocera tra i luoghi verriani per antonomasia, e finalmente Salvatore tirò fuori il titolo che piacque tanto e lasciò tutti sbalorditi: Titivillus era il diavolo che nel Medioevo induceva i copisti a commettere errori di trascrizione, che avrebbero scontato in anni di Purgatorio; dovemmo passare molto del nostro tempo a spiegare a destra e a manca il significato di quel titolo. D’altro canto Verri aveva scelto per la sua rivista letteraria un titolo forse ancor più curioso: Pensionante de’ Saraceni, il nome inventato da Roberto Longhi per un ignoto artista seicentesco operante presso il pittore Carlo Saraceni; il dipinto più bello di Pensionante, Il venditore di uccelli, sta a Vienna, è un ritratto in cui appare Verri come sarebbe stato da vecchio.

Cosa pensa dell’attuale fermento culturale sul nostro territorio, degli operatori presenti e delle nuove leve?

Vedo che non c’è un solo motore, ci sono molte voci, c’è confusione, ma se non fosse così che fermento sarebbe? Mi pare evidente che in questi ultimi anni è cresciuto molto il movimento intorno alla musica di riproposta, la musica popolare, spinto dalla corsa alla costruzione e alla espressione di identità locali. Anche Verri aveva registrato per tempo la sua appartenenza alla terra in cui è vissuto, la mescolava col mitico e il poetico, aveva capito che da qui si può guardare tutto il mondo; oggi le operazioni relative alla rappresentazione delle culture locali e la stessa definizione di queste è accompagnata da programmi, progetti, finanziamenti, promozione e quant’altro. Forse la visibilità di questo movimento costringe alla penombra tutto il resto, ma accade soprattutto d’estate, l’inverno arriverà.

Cosa vede nell’attualità, e per il futuro, del movimento culturale salentino?

Vedo, seppur da lontano, il mondo della scrittura in agitazione, forse poche novità nelle proposte teatrali, sebbene i gruppi storici continuino, faticosamente, a giocare; ho visto con grande interesse crescere e svilupparsi le relazioni internazionali avviate e intessute nel mondo dell’arte e della cultura. Il cinema, mostrando questo territorio e, in qualche caso, giocando con la retorica del sangue (roba da Padania), ha fatto la fortuna di qualcuno. Davvero, però, ci vorrebbe il coraggio di una svolta: orientare le risorse verso l’educazione al gusto artistico e per la ricerca, favorire tanti, soprattutto giovani che hanno voglia di fare, dare risposte ai bisogni che si sono attivati. In questione è la formazione: so di qualche bravo tamburellista che si muove con La terra del rimorso nella borsa, ma non ha mai aperto il libro. Lo stesso Verri sta diventando un’icona venerabile, ma i suoi libri sono introvabili e difficili, oscuri, quanti li conoscono?

L’Università come si colloca in questo contesto? È in grado di favorire questa vitalità “istituzionalizzandola” o è possibile viceversa che tenda a reprimerla, ad ignorarla.

L’Università è fatta delle persone che ci lavorano. Bisogna dire che i colleghi dell’ateneo leccese hanno a lungo lavorato sul territorio; si può fare di più, ma dipende dalla disponibilità personale e dalle risorse. Esiste oggi una quantità notevole di studi sul territorio, tanto che, paradossalmente, è difficilissimo averne un quadro completo; è importante anche l’attività di promozione, di incoraggiamento, di supporto organizzativo e scientifico che l’Università può dare, ma è altrettanto che l’universo dei ricercatori, le associazioni, continuino il loro lavoro, sapendo che quella disponibilità esiste e si può utilizzare: c’è bisogno di un contatto continuo, più costante, non di sovrapposizioni. Non va dimenticato affatto, poi, l’apporto che può venire dal Conservatorio e dall’Accademia.

Secondo lei, se c’è, qual è l’insegnamento più importante che Antonio Verri ci ha lasciato con il suo operato, con la sua scelta di vita?

Antonio concepiva la cultura come sforzo e ricerca e come militanza, testimonianza civile, attività sociale, partecipazione; non si sarebbe mai nascosto, non ci sarebbe riuscito. Esercitava questa virtù in grado eroico. E non concepiva la cultura come isolamento, particolarità, tutt’altro; a Caprarica, come altrove, doveva avere il respiro più vasto e il sedimento di secoli. Sapeva crescere nel rapporto con gli altri, e far crescere. Molti di noi, che erano più giovani di lui gli debbono qualcosa o tanto.

ANGELO PETRELLI

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