De.licio.us Dada

Il funerale della cernia di Michelangelo Zizzi

07/07/2005 09:28

by angelopetrelli

Questo è il primo racconto pubblicato su IL FOGLIETTONE

rubrica settimanale di letteratura a cura di Angelo Petrelli per la pagina culturale

de IL PAESE NUOVO quotidiano del salento

Il funerale della cernia

di Michelangelo Zizzi

Chi la vide in punto di morte giurò che era riversa su di un fianco, che boccheggiava esausta, che gli ultimi servitori tentavano di salvarla con ogni mezzo, che un sacerdote la confessava, che i fedeli piangevano ai bordi del magazzino del pesce con lunghi singhiozzi intervallati da sospiri, che i suoi occhi perduti non dicevano molto, che avrebbe voluto vivere ancora per parecchio tempo e lo avrebbe fatto se non fosse caduta vittima di un equivoco che il suo stesso mito produsse, che c’era chi le asciugava le lacrime commiste al sale, chi le agitava dei grandi ventagli vicino al capo e alla gola, chi le lanciava secchiate d’acqua nel vano tentativo di vederla sorridere, chi pregava per la sua resurrezione, chi spergiurava contro l’assassino, chi portava le sedie da un capo all’altro del seminterrato, chi offriva caffè, chi consolava gli afflitti, chi contava di diventare famoso con una biografia ragionata, chi con le foto del cadavere, chi con la storia della sua immortalità e della falsità pubblicitaria di quel momento, perché si sarebbe detto dopo che quella non era che una figlia, una copia insomma, una delle innumerevoli che la grande dea generò nella sua immobile regalità all’inizio del tempo e che della madre aveva soltanto la conformazione fisica, ma non la magnificenza eterea e l’immotilità celeste e marittima, e c’erano anche dei figli di Pietro che giunsero di gran carriera a contemplare quel monumentale relitto che nutriva le loro fantasie, ricordando le forme delle astronavi extraterrestri dei primi secoli A.C. e c’era il sottoscritto che vi racconta questa storia se avete un po’ di tempo da perdere.

Dopo tre giorni di lacerante agonia la grande cerna emise l’ultimo respiro che assomiglio al brontolio serale di un tuono, che opacizzò a causa dei fumi eruttati l’umore già tetro della sala, sconquassò i cuori dei fedeli, fece tremare i muri e le finestre e piangere a dirotto chi ancora non si capacitava dell’ineluttabilità dell’evento. Tutti si strinsero allora con veemenza ed incorrotta fede al cadavere del pesce sacro, giurando fedeltà imperitura. Il suo corpo smisurato per una cernia mortale fu spalmato di unguenti e sali, fu lucidato, baciato, curato nei minimi particolari, abbellito di impiastri intorno agli occhi dall’estro delle biatelle, e per due giorni fu meta di un inesauribile flusso di adepti che vennero da ogni parte del mondo con qualsiasi mezzo, tanto che alcuni, i più audaci, coprirono con il solo ausilio della loro volontà e sotto l’egida della fede e del fanatismo centinaia di chilometri a piedi in poco più di ventiquattro ore.

Per moderare il movimento della folla, giacché il magazzino per quanto grande comportava degli evidenti limiti di spazio (la sola cernia che era deposta su tralicci d’acciaio era lunga all’incirca quarantacinque metri e alta sei e mezzo) si dovette installare un botteghino all’entrata che regolasse la visita al pesce con il pagamento di un biglietto simbolico e con una precisa indicazione di orario di permanenza e del numero di persone che di volta in volta sarebbero potete entrare.

Per due giorni i circondari del magazzino del pesce furono gremiti di gente d’ogni età e razza, si installarono tende, si formarono comitive spontanee che nascevano dalla naturale inclinazione verso un unico fine, si bivaccò, si accesero falò votivi, dentro alle tende si consumarono pasti per lo più frugali, si pregava, si giocava a carte per distrarsi, si chiacchierava del futuro, ci si scambiava immaginette sacre e i marinai imprimevano sul loro petto il tatuaggio della dea.

Per due giorni centinaia di migliaia di adepti e curiosi riuscirono a sostare presso il cadavere della grande cernia.

Per due giorni l’ufficio di biglietteria incaricato direttamente da un’agenzia di sondaggi appartenente alla stessa setta della cernia, compilò un censimento sommario dei visitatori. L’indagine parla di gente sommariamente eterogenea appartenente ad ogni classe sociale, spiccando tuttavia la presenza di alcuni individui sovrannaturali o presunti tali come quattro bimbi miracolosi, due baccanti maleodoranti, una angelo con ali di cartone che saltellava ad un metro dal suolo, un vecchio tripede e Pietro in persona.

Alla fine dei due giorni quando tutta la marea di persone ebbe fluttuato per la sala funeraria del pesce ed attendeva di partecipare al funerale, occorse un’altra decina di ore per terminare le operazioni burocratiche. Cumuli di ex voto che si addossavano ai fianchi della cerna furono raccolti e catalogati per andare ad accompagnare il cadavere nella sua ultima sede e per quattro ore abbondanti si discusse se la cernia dovesse essere conservata sotto sale, sotto aceto o congelata, se dovesse invece essere cremata o sepolta, o infine rilasciata al suo ambiente naturale; dopo aspre arringhe vinse di misura il partito di chi la voleva restituita al mare affinché il suo simbolo trionfasse sul resto mortale.

Altre due ore occorsero perché la cernia tornasse nuova, infatti il suo corpo durante la visita dei fedeli era stato bonariamente saccheggiato e risultava mancante di alcune pinne dorsali, di un occhio, due denti e di altre piccole reliquie che il popolo considerava miracolose.

Quando le operazioni di restauro furono terminate il pesce tornò all’antico fulgore e allora finalmente fu lucidato per l’ultima volta, sollevato dal fianco e mantenuto in bilico con delle robuste travi di legno decorato.

Al dignità della cernia nell’affrontare l’ultimo viaggio fu considerata regale.

Il grande Tir sul quale fu montata la salma, protetta da lastre di vetro antiproiettile per evitare un ultimo dannoso assalto degli adepti era adorno di corone di fiori lagustri, piante che ricrescono vicino al mare, ai laghi salati, e l’entusiasmo dei fedeli riuscì a spostare con l’ausilio di leve e congegni meccanici la salma dal magazzino fino al carro funebre in pochi minuti.

Una folla delirante seguì il corteo funebre, che ebbe la fortuna di una giornata soleggiata, con una commozione davvero incomparabile, con pianti e preghiere intervallati, ma con la certezza invincibile dell’immortalità del pesce e della sopravvivenza nel cuore dell’anima.

La processione che era capeggiata dalle due baccanti, quasi del tutto denudate in segno di umiltà per la cernia, fu adornata da una fiaccolata votiva e da canti di gloria senza fine.

Anche le immagini televisive che diffusero in mondovisione l’evento, trasmisero senza alcun filtraggio di sorta la pietà e la commozione e nelle case le famiglie immortali bardate a lutto imitarono la tragedia con pianti, implorazioni, commenti tristi e speranzosi ad un tempo e accensioni di ceri.

Quando il tempo del pellegrinaggio fu terminato, perché si era giunti al mare, tutti i credenti si inginocchiarono in un silenzio mistico, sperando in cuor loro di assistere ad un prodigio.

Ma il miracolo non fu compiuto, sebbene pare che la cernia avesse scodinzolato impercettibilmente e che i suoi occhi per una frazione di secondo si fossero riaperti, si fossero mossi, e grazie alla compostezza della comunità il pesce santo poté imbarcarsi sulla portaerei funebre, mentre il trasporto in alto mare fu seguito su di uno schermo gigante listato di nero che trasmetteva in diretta le immagini registrate attraverso un elicottero.

Molto tempo dopo si disse e le immaginette sacre lo insegnano che l’animale mistico, la sacra dea, la grande madre il cui culto aveva assoggettato quasi l’intera umanità, regalò infine ai mortali la sua ultima manifestazione di santità quando fu catapultata in mare nello splendido volo con un meccanismo sofisticato di balestre. Essa infatti, dicono, esitò prima di ricadere nella placenta ove era nata, sospendendo in aria con una buona tecnica di lievitazione per un tempo sufficientemente lungo perché apparisse innaturale il suo magnifico corpo, splendendo sotto una pioggia fitta di sole come una perla nera, indicando agli uomini la strada della salvezza e dell’estasi, mentre i cieli in tutta la restante terra si rabbuiarono, tuonando, le campane batterono a morto e un terremoto lieve, di circostanza, smussò le crepe del mondo, ma senza sangue.

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