Un romanzo eroicomico. Opera prima di lunga gestazione Perceber è stato scritto in undici anni di lavoro. Luigi Mascheroni sul Giornale così scrive dell’opera di Leonardo colombari: “Racconta di tre uomini - un giornalista, un medico, un avvocato - testimoni di un incidente in viale Trastevere, a Roma, il 6 luglio 2000: un tram travolge un anziano tranciandogli la gamba destra. Punto. Questa è la storia, e scorre per più di 500 pagine. In mezzo, o sopra, o dietro, o sotto, che è lo stesso, la storia-parallela di Perceber, una città spagnola fondata nel medioevo i cui abitanti parlano in continuazione senza neppure una pausa tra una parola e l’altra. A latere, l’idea di un Piano bizzarro e pazzesco ("Quando uscì Il pendolo di Foucault facevo a gara con un mio amico a citare intere pagine a memoria. Lo stesso amico con il quale poi progettai di scrivere un romanzo giallo: lui doveva imparare l’ebraico e io la cabbala. Ma poi naturalmente non se ne è fatto nulla"). Il “luogo” dell’azione è Roma: ogni episodio (41 in tutto, raccolti in 7 capitoli a loro volta uniti in tre parti) si svolge in un diverso quartiere della città a cui si sovrappone un altro schema, mutuato dalla cosmologia cabalistica, e un altro ancora che richiama le diverse parti del corpo umano. Risultato: un romanzo immenso che è al tempo stesso una Città, una Cosmologia e un Uomo.
Lo scrittore Giulio Mozzi (consulente per la narrativa italiana dell’editore Sironi che si è accaparrato Perceber battendo sul tempo un paio di altri grossi editori), sul suo blog ha raccontato di come sia arrivato in redazione il romanzo (era il febbraio 2004), dello sconcerto provocato dal malloppo, di come abbia letto un paio di pagine e le abbia trovate "sorprendenti", di come con il procedere della lettura "si rafforza l’impressione che sia qualcosa di importante", anche se - ammette - mentre legge gli pare "di non capire quasi nulla. Il romanzo non è un romanzo normale. Che razza di romanzo è?", per concludere, girata l’ultima pagina di Perceber: "Io non so se il romanzo di Leonardo Colombati è davvero un “capolavoro”. Per me la parola “capolavoro” indica soprattutto un genere letterario. Così come ci sono i romanzi gialli e quelli rosa, i cosiddetti “romanzi di genere”, similmente ci sono i romanzi del “genere letterario capolavoro”... Sono quei libri che Franco Moretti classificherebbe come “opere mondo”. Ogni libro che tenti di essere un’opera mondo è, inevitabilmente, un tentativo di capolavoro. Checché ne pensi l’autore, qualunque forma abbia la sua ambizione, ciò che sta facendo è: tentare la scalata al capolavoro".
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