un racconto inedito di Giuseppe Cristaldi
23/06/2006 10:55
IL TEMPO E DONATINO
di Giuseppe Cristaldi
-Donatino? Donatino? Ah, eccoti, dai avvicinati un momento che ho da dirti, ho da proporti.- il pusillo smunto, cogli occhi fissi sul niente perché adusati al niente, mosse timidamente il passo di piagnistei purulenti degli alluci costretti.
Era tanto lo stupore, ridondante come una goccia nelle crepe dell’arsura,perché sebbene il trapasso materno lo avesse marchiato di un nome nessuno si sarebbe mai preoccupato di interagirvi,di prodursi cioè nell’uso di tale marchio, a meno che un giorno o l’altro non si fosse deciso di tenere la collezione di maschere per sé,di recuperare perciò i generosi prestiti.
Improvvisamente fece per proseguire a carponi come colto da un deliquio, ma la voce tuonò di nuovo: -Ma… Donatino, ti pare il caso?
-Mi perdoni. Lei capirà, ho rimediato due colpi concatenati, ineludibili e per di più provenienti da fonti differenti.
-Ah, due colpi… e quali sarebbero queste fonti? Orsù, illuminami!
-Il suo intento d’identificazione ed il mio intento d’identità, maestro.
-Denoti un acume eccelso quest’oggi, ma è necessario che tu renda un messaggio ignudo senza l’artificio delle parole, lo implica la mia funzione.
-Mio maestro,non ha forse scorto gli occhi strabuzzati, la bocca schiusa e poi l’iniziale presunzione del mio incedere? Dico, non ha evinto il terreno velleitario?
-Perché? Diffidi ‘sì tanto del mondo manifesto?
-Più che diffidare del mondo manifesto, che in verità è l’aia assegnatami, diffido dei miei ed altrui tentativi d’essenza.
-Deo gratias! Tu dai tuoi “cogito ergo sum” non guarirai mai. Mettiamola così allora: fai un salto fin qui, vieni al mio fianco senza timori che in questo cerchio la velleità è narcotizzata dalla mia ambizione.
L’ometto ordunque si tese in una falcata emulando il ballo di un sassolino scagliato sul pelo dell’acqua. Il maestro era assiso su una poltrona mobile ed in quel frangente gli volgeva eloquentemente le spalle.
-Immagino che questa posizione rinnovi il tuo stupore, arguto Donatino, ma t’impongo di non arrabattarti per ciò, il senso del nostro incontro è un altro e coinciderà inesorabilmente con l’epilogo. Cominciamo: … mmh, chi sei? Si, chi sei, Donatino? – l’interlocutore per tutta risposta si nascose in un ossequioso silenzio.
-Donatino, possibile tu non profferisca una soluzione a te stesso?
-Non saprei come cominciare, esimio maestro.
-Non interromperti in continuazione, l’uomo è un flusso senza fonte né foce e non un fiotto intermittente. E’ più utile che continui anziché cominciare. Suvvia!
-Dunque, vediamo un po’… potrei essere il frutto di una volontà erotica, ma così non capirò mai il mio edonismo ed arriverei addirittura a paventarne la neutralizzazione; potrei essere chi dico di essere, ma in quel caso come supporterei la mia tesi per cui la parola è la massima corruzione della verità? Oppure potrei essere il giudizio altrui, ma per contro gli altri diverrebbero il mio giudizio e giungeremmo così ad identificarci attraverso un accordo di dipendenza: niente di più paradossale.
Ecco vi sarebbe una sfilza di “potrei” da prendere in considerazione… - a questo punto insorse il dispotismo vocale del maestro come un effluvio di sapienza:
-Ma si tratterà pur sempre di “potrei” ed il condizionale è inammissibile nel campo dell’identità.
Bel sermone, indubbiamente, per tua fortuna però oggi sono avviluppato d’indulgenza e tutto, quasi tutto, scorre incontrastato. Donatino, in ultimo, ammesso che tu riesca ad insozzarti d’ignoranza, desidero rispondere io stesso alla tormentosa domanda, voglio avvalermi cioè di una presunzione tale da affibbiarti un’identità.
-Faccia pure maestro purché i miei occhi e la mia bocca non accusino ulteriore stupore.
-Bene. Donatino, tu “vorresti essere” mentre sei, ma ti ritrovi ad essere a causa di ciò che “sarai”. Speri in un “te stesso” mentre vivi ed è grazie a ciò (ma non lo sai) che sopravvivi. Per farla breve:ti vivi addosso.
-Chiedo venia maestro, ma l’identità è una soluzione? Crede si possa vivere avendola?
-E’ qui che intendevo arrivare mio caro Donatino – a tal punto la poltrona ruotò sicché il ragazzo ebbe modo di alimentare le sue parche voglie.
-Il senso,la risposta,la proposta è nell’epilogo. La tua identità è accucciata nel felice occaso e nel momento in cui ne entrerai in possesso l’avrai già smarrita. Ora china il capo…
-Un istante maestro, un’ultima domanda: mi ricorderà come un alunno modello?
Il maestro indugiò un poco e poi concluse:
-Ti ricorderò per la tua nudità. Adesso dormi, dormi, lascia che il torchio di “Mara” sprema la tua parvenza.




