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by angelopetrelli

da L'Alter Ego autunno 2007: [Fortunae Reducis]

La nostra ambizione, è ovvio, è schivare il presente di questa cultura per essere inattuali: dopotutto, a quale più alta condizione si dovrebbe anelare? Questo non sarebbe un preoccuparsi di un prima e un dopo, di un passato e un futuro. Bisogna essere più vecchi rispetto ai più vecchi e più giovani al cospetto dei più giovani; nulla ci trattiene dall’essere primi. Ma qual è allora la nostra superabile condizione? Siamo poi così diversi da quegli eupatrìdes di medietà che rifiutiamo? È pur vero che non siamo ancora del tutto esclusi dal potere; anzi, che invece, alcuni di noi sono dei piccoli prepotenti! Io in prima persona lo ammetto, attorniato da coloro che disprezzo, stando alle cronache, l’avrei ammesso: «prima che Abramo fosse, io sono!» disse. Dunque sono tutt’ora un enigma, anche per me stesso. Tanto mi basta per andare avanti, la ricerca e la conoscenza, compresa quella dei miei limiti; la volontà di remare contro mi è di grande sollievo.

 

Remare contro, appunto, ma in quale direzione?! Chi sono, dunque, i nostri nemici?! Senza nomi e cognomi il popolino non sa dar pace all’appetito né direzione all’occhiatacce (quand’anche si adegui, senza prevaricare l’idea della non violenza), e in definitiva è molto facile essere querelati di questi tempi, perciò farò di più: vi dirò chi saranno i nostri nemici.

Al momento sospetto fortemente che gli ipocriti lo siano per davvero. Facciamo finta, putacaso, che i nostri ipocriti non siano altro che dei semplici incapaci, ovvero, che i nostri non siano in grado di fare diversamente da quello che stanno facendo, come certe specie di spugne che si spostano inermi per la spinta delle correnti marine.

Quindi, come possiamo colpevolizzarli tanto da punirli e estrometterli da quel movimento, dal loro potere?

Al riguardo, solo attraverso una forma d’ingenuità possiamo trarre una qualche conclusione ragionevole, che definisca cosa è bene e cose è male, o comunque sufficiente ad individuare la causa del potere (il male) che noi rifiutiamo. Dunque, non ci resta che affidarci all’estro e all’intuizione!

Il problema dell’essere profetici è che poi, nell’azzardo, si finisce per aver ragione veramente; questo dovrebbe sconsigliarci di praticare una simile confutazione della nostra limitatezza nel constatare la realtà: se siamo limitati è perché vogliamo esserlo! Il mito della salvezza ne è l’esempio più lampante. L’asino che porta misteri non è mai stato tanto carico; dai devoti dell’”unto” ai partigiani della mediocrità non possiamo che aspettarci questo: il buonsenso. Eppure se un Cristo è esistito deve essere stato un povero genio insensato dell’ironia, un estroso imprevedibile talento con ben poco a che spartire con il personaggio molliccio topos contemporaneo in jeans di non so quale salvezza che ci viene tutti i giorni propinata dalla propaganda (per ignoranza, si intenda, non per cattiva fede). Questa loro ignoranza dunque, il Dio dei pastori, non l’ha mai messa in discussione, tant’è che proliferando ha tolto quel potere ai pochi rendendoli ancora meno. Si direbbe in uno slancio, appunto, di buon senso.

I nostri nemici hanno e avranno il potere del compromesso e la libertà di esserne affetti. Questi politicanti (soprattutto della letteratura) sono i portavoce della demagogia, reclamano con indignazione il diritto di essere ascoltati, vogliono fare le regole, vogliono premiare la propria diversità per trasformarla in omologazione e regime; ma questo non è tutto, questi sono solo i sintomi del malanno. Il problema è che non sanno comprendere il perché della propria sofferenza, ecco il pathos, la ricchezza e il potere, la volontà: così condanno, infamano e disprezzano silenziosamente il singolo come accusano l’intera società per via della loro disperazione, e con lo stesso istinto falsamente titanico si rendono partecipi di una litania collettiva. Sono convinti che la preghiera potrà salvarli, credono di amare l’umanità e qualcosa che è molto più in alto, sono più che mai approdati all’informità e all’odio, i politicanti di questa cultura sono intimamente cattocomunisti. Non sono ipocriti, lo dico, sono dei queruli accattoni, sprovvisti di ogni possibile strumento critico. Quella cultura che richiedeva, poneva l’idea del talento sopra ogni cosa è oramai tramontata. Hanno attraversato il confine i pochi dotati perdendo spessore, e sono già salvi pur avendo sconfitto se stessi. Il talento non è la nostra prigione. Nulla ci trattiene dall’essere primi, neanche il nostro potere.

ap

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