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libri scritti per infastidire bacherozzi, per caso divengono strumenti d’Olocausto
Mara come me di Marco Salvia è stato pubblicato da Stampa Alternativa nel 2004, ma quest’estate è tornato a richiedere attenzione intrecciandosi con l’attualità: il romanzo è stato acquisito agli atti nel processo contro don Gelmini.
Sembra un paradosso, un romanzo legittimato da un tribunale a divenire testimonianza, denuncia, atto d’accusa. Ma si spiega con il fatto che l’autore ha raccolto testimonianze e vissuto in prima persona ciò che ha poi tradotto in materia letteraria. Il sottotitolo è «Omicidio in comunità».
Don Gelmini, abusi sessuali, comunità e omicidi sono le parole chiave del libro. Le situazioni descritte sono ricalcate su vere vite vissute, sfruttate e rigettate di ex ospiti di comunità terapeutiche modello «Incontro»: il padrone – aguzzino del romanzo è un blob di Vincenzo Muccioli e don Gelmini stesso.
Finisce qui la recensione letteraria, inizia l’attualità politica del libro.
Praticamente ignorato per 3 anni anche da chi si sarebbe dovuto sentire colpito da certi riferimenti neanche troppo velati a fatti o persone, è stato richiesto all’editore dagli inquirenti per chiarirsi le idee su comunità e abusi silenziati al loro interno.
Provate a cercare in giro informazioni su San Patrignano et similia che non siano quantomeno lodi sperticate (se non entusiastiche ovazioni) prettamente dal mondo politico reazionario, dai mass – media ad esso asserviti e di conseguenza dal popolo – pubblico. Null’altro.
È difficile riuscire a conoscere i precedenti penali di Muccioli pre San Pa (truffa e frode fiscale) o del famigerato don Gelmini prima di diventare don Gelmini (bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto e truffa) e ricevere dal buon Berlusconi l’assegno da 1 milione di euro a reti unificate. Neanche immaginabile venire a conoscenza degli abusi sessuali perpetrati dai due padri-padroni sui tossici in rieducazione coatta, forzata. Troppo impenetrabile il muro di gomma eretto dalla connivenza politica per poter essere scalfito da simili diffamazioni, figuratevi poi se provenienti da tossici doppiogiochisti al servizio delle lobby giudaico – massoniche. Basta niente per essere screditati.
Eppure: ci furono decine di denunce per abusi contro Muccioli senior, anche da parte del personale specializzato che lavorava all’interno di San Pa (un medico e quattro volontari). Muccioli spiegava che anche il rapporto orale (il suo preferito..) era un modo di «trasferire energia positiva nei miei ragazzi».
Eppure: sono ancora di più le accuse contro don Gelmini sin da quando (1969), girando in Jaguar stava per essere arrestato per una delle sue truffe. Ci rimase quattro anni in galera – dopo essere stato latitante in Sud Vietnam ma poi espulso per un tentativo di truffa alla vedova dell’ex premier - dove però finiva spesso in isolamento per la sua ostinata ricerca di rapporti promiscui con gli altri detenuti.
Eppure.
Dicevo della rieducazione forzata. Muccioli ha subìto svariati processi: da quello «delle catene» per maltrattamenti ai suoi ospiti, sevizie, prigionia addirittura nelle terribili piccionaie; fino a quello per l’omicidio Maranzano, un ragazzo che più volte provò a fuggire e che ogni volta veniva inseguito e riportato «all’ovile» da una squadretta creata per questo tipo di «recuperi». L’ultima volta fu rinchiuso con la squadra punitiva capitanata da Alfio Russo (tossicodipendenti come lui, ma manipolabili a piacere dal guru e ben in carne. Dei veri picchiatori.) e solo allora poté uscire da San Pa, morto, con l’osso del collo e tre vertebre spezzate, abbandonato in una discarica alle porte di Napoli con accanto una siringa. Muccioli ne è sempre uscito uomo libero da questi processi (anche se talvolta grazie alla caduta in prescrizione del reato o all’amnistia). La squadretta punitiva no, finirono in galera, anche se per pochissimo – tranne Alfio Russo che ha scontato qualche anno. Carne da macello, pedine sacrificabili per il più alto scopo del recupero della gioventù dalla droga.
Muccioli in gioventù sentiva di possedere poteri medianici, e facendo da medium tra il Cristo (!) e i suoi adepti predicava la spoliazione dai beni materiali e le passioni della carne. Si tagliuzzava anche, con un trinciacarne, per mostrare i segni delle stimmate. Questo cenacolo di dissociati fu la pietra d’angolo di San Patrignano.
Escluso lui, tutti gli zar antidroga delle più grandi comunità vestono l’abito talare. All’interno di queste, solo il 13% degli educatori è costituito da personale specializzato (psicologi, sociologi, medici). Il resto è volontariato (cattolico, of course ) o ex tossici (plagiati al punto da essere definibili guariti). Questo è il monopolio della chiesa nella lotta alla droga, come ho già detto, il plauso entusiasta della politica di destra, per tanti motivi: innanzitutto, c’è totale aderenza tra il programma politico di un qualsiasi partito di destra e il programma terapeutico di una qualsiasi comunità a conduzione cattolica. La famiglia, la vuota retorica dei valori «di un tempo» da salvaguardare e l’idea di una società all’insegna dell’homo homini lupus per cui bisogna essere pronti a trasformarsi in pescecani liberisti e doppiopettati: mors tua vita mea, in comunità infatti è incoraggiata la delazione del compagno che infrange le regole.
Fra destro-politici e comunità preticratiche il do ut des permea tutte le relazioni, le alleanze strategiche. Ci sono validi motivi per guardarsi benevolmente gli uni gli altri. Per esempio:
nella stragrande maggioranza dei casi, un tossicodipendente – che per strada provava una totale indifferenza, se non una rumorosa insofferenza per la politica conservatrice – in comunità diventa un acritico, ideologizzato all’acqua di rose, reazionario. Convintissimo del proprio voto in sostegno di «tolleranze zero» e «decreto Fini» vari. Indottrinato a dovere dagli educatori, praticamente vota per rinnegare il proprio passato. Vota: perché in comunità si è privati delle comodità di casa, della propria privacy e del sesso, ma non della messa settimanale e del diritto al voto. Stipati tutti insieme in furgoni scassati, vengono accompagnati come un branco di animali pericolosi (vietatissimi contatti, ed anche solo cenni, con la società sana) ad assolvere il loro dovere di buon cittadino cattolico. E votare a destra è condizione imprescindibile per assurgere a tale status, o quantomeno ottenere benevolenza da parte degli educatori. Inoltre dietro ad ogni tossicodipendente c’è una famiglia, una moglie, i parenti: così l’assioma «Berlusconi fa del bene a don Gelmini – don Gelmini fa del bene a mio marito / figlio / nipote – Berlusconi fa del bene a me» stimola riconoscenza da mostrare in periodo elettorale, quantomeno dai parenti più indecisi.
In pratica le comunità sono un enorme serbatoio di voti e le apparizioni dei politici al loro interno sono veri e propri comizi elettorali. Per questo Berlusconi dona un cospicuo assegno,Letizia Moratti si fa costruire una villa all’interno di San Pa (dalla manodopera, spesso professionale e completamente gratuita presente in tutte le comunità: nessuno degli ospiti viene pagato per il lavoro svolto, poiché considerato terapia...), Fini propone l’istituzione del primo carcere privato (il liberismo conviene sempre: si demandano ad altri i rischi di gestione del problema droga, per poi cavalcare politicamente l’eventuale successo, ovviamente), carcere privato d’Italia, sempre a San Pa, e sempre lì il ministro per le Infrastrutture Costa inaugura il più grande ospedale europeo per sieropositivi.
Ci sarebbe anche da raccontare del fiume di denaro che scorre attorno al recupero dei tossicodipendenti. Molte comunità sono a pagamento, le altre «stimolano» la gratitudine delle famiglie, ma tutte ricevono dall’ASL di competenza contributi per ogni singolo ospite. Si va dai 35-40 euro al giorno per un «semplice » tossicodipendente, agli 80-100 euro per un detenuto che sconta la pena fra cavalli, maiali, e verifiche di gruppo (molti fanno esplicita richiesta di tornare a scontare la pena in carcere) fino ai quasi 500 euro per un tossicodipendente detenuto e con gravissimi problemi fisici o mentali, che necessiterebbe di costante attenzione specializzata, e che invece è affidato agli altri ospiti della comunità, senza alcuna preparazione ma con tanto tempo a disposizione. Tempo naturalmente non retribuito.
Ci sarebbe ancora tanto da dire, ma credo che quello che ho scritto sia una buona introduzione a Mara come me, sempre che abbia stimolato il vostro interesse, altrimenti continuate a ridere di quei furgoni pieni di ragazzi dalle facce grigie e lo sguardo basso.
roberto lucchi
Mara come me.
Omicidio in comunità
Marco Salvia
Stampa Alternativa (2004)
(Collana Eretica 121p., brossura, 9 euro)
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